MALEDETTI ARCHITETTI – Tom Wolfe

FORZA FRANK LLOYD WRIGHT!

FORZA BUCKMINSTER FULLER!

U-S-A! U-S-A! U-S-A!

VIVA LAS VEGAS (e la sua STRIP)!

Ecco quello che sembra urlare Tom Wolfe! Ecco quello che sembra urlare Tom dal suo… dal suo, beh, dove accidenti abitava Tom? Onkel Toms Hutte? Mah… dovunque abitasse, dovunque abitasse un dandy virginiano Re di New York, Wolfe traccia una breve storia della rovina dell’architettura americana a partire dalle origini (della rovina). Su, su, queste sono cose che sanno tutti: è lo stesso teatrino gonfiato del mercato dell’arte (come se ne compiace – tanto siete dei poveri stronzi – il Senior Curator Francesco Bonami in Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte), è l’hype dei new media reso indispensabile dai media stessi, del resto cosa vuoi fare? fermare l’economia? non ci sono più auto da vendere, almeno bella pecorella mia fai girare un pò di moneta comprandoti una tavoletta.

Il dramma si nasconde dietro la domanda: com’è accaduto che si spende una fortuna per qualcosa che ci disgusta? Da una parte ci sta la Nazione giovane, tutta un burn out di desideri, con tutta quel petrolio, con tutto quell’acciaio, con tutte quelle traversine, con tutto quel sangue che proviene da tutto il mondo, ok prima che mi faccia prendere la mano passo all’altra parte, dove dalle macerie della Prima Guerra Mondiale si vuole ripartire da zero e oh, il Gran Ripartitore è Walter Gropius. Crea l’alloggio operaio e lo moltiplica mentre ognuno ci attacca un Manifesto oppure lo rende talmente oh, PURO! che nemmeno lo costruisce – parlando di reliquie, ci sono in giro quasi più litri di sangue di Cristo che calcestruzzo di Corbù – e lo cubicola fino a dove le vittime della Sindrome della Colonia cercano l’emancipazione definitiva tanto da cubicolare in netta verticale e tutto in nome di qualcosa che fosse ANTIBORGHESE – borghese ipocrita bastardo, alle tue false facciate, ai tuoi riempimenti di laterizi risponderò con le mie strutture dichiarate (expressed structure) – in un Paese dove la borghesia europeamente intesa nemmeno sapevano cosa fosse. Si accresce la natura conventuale-camarillica, i codici, l'”ingegnosa oscurità di stile che fa la delizia degli intelligenti” con la costante tensione all’APPARIRE ORIGINALI SENZA VIOLARE I DOGMI.

Wolfe è disgustato da tutto questo architettonica depressione della vitalità e dell’energia vitale di una Nazione:

“Ci si aspetta un barbarico urlo sopra i tetti del mondo – si ode invece un colpetto di tosse al concerto”.

Un’idea di riscatto viene da Robert Venturi, l’architetto che vuole imparare la Las Vegas, lo scaltro ammiratore della “vitalità pasticciona”, tutto quel linguaggio mutuato dallo strutturalismo, il sostenitore del “referente ironico”, il genio che mette un’antenna TV (scollegata, pare) dorata su un ospizio come SIMBOLO! Capite? Ospizio e TV, ospizio e TV. Ma poi Wolfe lo sgama, lo abbandona: i suoi referenti possono capirli solo gli accoliti del convento: comunque sempre meglio dei Whites, i Bianchi (in senso tintometrico, non caucasico) tra i quali guarda un pò chi c’è? Ma c’è Richard Meier! E di che colore è il frigorifero (non sto facendo del sarcasmo gratuito: era l’unico in grado di progettare un edificio che potesse mantenere la giusta temperatura) dell’Ara Pacis?

Wolfe non è uno che si tira indietro dal gusto della provocazione, anzi, ci sguazza: soprattutto quando la maggioranza dei destinatari di un libro sicuramente è coinvolta nell’infamia. Raccontare l’Acid Test è un fenomeno di folklore, chi se ne frega veramente?

Va da sè che uno dei requisiti per un mio eventuale trasferimento sarebbe una residenza ad almeno 50 km da un qualsiasi progetto di Calatrava, che scorgo in lontananza (spazio? tempo? insieme?) quando vado a vela a Tor Vergata. Ricordo ai più distratti che si trattava di finire le vele (le sue) per i Mondiali di Nuoto Roma del 2009; ricordo ai più distratti che siamo nel 2012. Rimanendo a Roma, doveva esserci una qualche forma di nemesi se si permetteva di progettare Corviale nello stesso anno (1972) in cui a St Louis venivano demoliti gli edifici principali del Pruitt-Igoe.

Su questo network è già stata pubblicata la recensione di La stoffa giusta. La scrittura di Wolfe è sempre piena di vita e insegna a come raccontare le cose, a come renderle interessanti, è ricca nel linguaggio e nelle figure retoriche: e poi ovviamente non c’è niente di meglio di leggere un libro che CONFERMA i tuoi pregiudizi…

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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Writing about all the things moving-running-sliding-sailing-flying-better-without-a-sound
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2 risposte a MALEDETTI ARCHITETTI – Tom Wolfe

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