L’EREMITA DELLA BAIA PICCOLA – terza puntata

Foto di Alessandra Di Renzo – http://alessandradirenzo.wordpress.com/

Capitolo secondo

Seduto a un tavolo del Narvalo d’Oro, Melancton si concedeva il suo svago preferito. Discorreva con un uomo battuto. Tra lui e l’uomo sconfitto solo una bottiglia di vino e due bicchieri. Pepe, il cameriere portoghese, chiese se desiderassero qualcosa da mangiare. Scossero la testa entrambi. Lo sconosciuto era più anziano di Melancton forse di una ventina di anni. Ora si rendono necessarie alcune precisazioni. Cioè che Melancton non trascorreva le sue giornate ossessionato dalla ricerca di persone che mostravano un’affinità con la sua particolare predisposizione, ma che la gente si incontra e si capisce, per chi ha un minimo di esperienza della vita. Come con le donne che si possono incontrare nei porti, la semplice e manifesta evidenza della loro disponibilità, attraverso un codice inequivocabile, mette al riparo da uno spiacevole fallimento. Inoltre il presente interlocutore poteva dirsi l’esempio ineccepibile di ciò che Melancton intendesse per uomo sconfitto. Non dipende infatti dalla fortuna personale, dal successo economico e nella professione, ma dalla realizzazione di una idea che viene incessantemente ostacolata a causa dei pregiudizi, dell’ignoranza, dell’incomprensione, di troppo antiche e troppo radicate consuetudini. Così ogni trionfo scompare di fronte alla malinconia che deriva dal rifiuto di ciò che sappiamo essere palesemente giusto, efficace, buono, migliore. Era lo stesso senso di scoraggiamento che, in un certo senso, assale l’uomo politico quando di fronte a prospettive di sviluppo, di uguaglianza e di maggiori diritti il popolo mostra la sua assoluta indifferenza.

Proveniva dal continente nordamericano. Raramente ne approdavano alla Piccola Baia di Tenpì e Melancton, che aveva un carattere estremamente timido e riservato, aveva trovato il coraggio di avvicinarlo solo dopo che la curiosità dei suoi concittadini era stata, per così dire, infastidita da un’eccessiva eccentricità. Coloro che si erano affrettati a dargli il benvenuto, prima i maggiorenti della città e i commercianti in cerca di un buon affare e poi, man mano che passavano i giorni, giù, sempre più in basso nella scala sociale, avevano affrontato l’ospite con una buona dose di scetticismo e preconcetti. Fanfaroni e gente da circo, questa era l’opinione più diffusa, alla quale non sembrava sfuggire il capitano Bywater. Già la sua nave, appena apparsa all’orizzonte, non aveva mancato di attirare l’attenzione generale. Simile a una normale goletta di circa130 piedi, innalzava al posto dell’albero di maestra e di quello di mezzana due alti tubi di acciaio composti da più segmenti di grosso diametro imbullonati. A intervalli regolari dai due stubi si staccavano sottili canne metalliche orizzontali che sostenevano dei piani simili a quelli delle ruote a vento. Lo scalamento di questi piani, che si estendevano decrescendo d’apertura via via che si innalzavano verso la testa d’albero, dava alla Merimay il singolare aspetto di una nave che recasse a bordo due abeti vivi. Tramite un complesso sistema di alberi, giunti e snodi a 90 gradi le ventole trasmettevano l’energia del vento alle due grosse eliche poppiere e a quella singola prodiera, disposta con l’asse trasversale e che favoriva le manovre in porto. Tale sistema faceva raggiungere alla Merimay, almeno a quanto affermava il capitano Bywater, che ne aveva curato personalmente la progettazione e la stessa costruzione, velocità non indifferenti, comunque superiori di una comune goletta con le medesime dimensioni e dislocamento. Uomo incredibilmente avventuroso, al capitano Bywater occorreva solo una maniera per placare la sua irrequietezza. Dopo aver attraversato a cavallo, tra mille pericoli, l’intero continente nordamericano da oriente a occidente, era passato da una città all’altra della costa del Pacifico offrendo ascensioni su una ciarliera, riempita di una miscela che egli stesso aveva ideato e prodotto. Un tragico incidente – e in quel volo si trovava nel cesto dell’aerostato anche il Governatore del Texas – lo aveva costretto a interrompere quella rischiosa attività e a lasciare gli Stati Uniti. Aveva così investito tutto il suo patrimonio nella Merimay, pensando di sostenere le spese per il lungo viaggio attorno al mondo che aveva scrupolosamente pianificato con un piccolo museo allestito all’interno della goletta. Per il biglietto che consentiva di ammirare, come Bywater amava affermare, un numero non indifferente di meraviglie della storia dell’uomo, chiedeva solo un modesto contributo. Teche e scaffali occupavano un’intera sezione della nave, tra i tubi di propulsione di maestra e di mezzana. Tra i pezzi più pregiati o singolari la bussola della caravella Santa Maria, ammiraglia di Colombo; il sestante che James Cook aveva utilizzato nel suo ultimo viaggio e che era stato recuperato dagli eredi di un capotribù di un villaggio hawaiano; un chiodo che si narrava – anche se Bywater poteva dirsene quasi sicuro, con una percentuale di probabilità non indifferente – appartenesse all’Arca di Noè, trovato sul Monte Ararat insieme a pochi frammenti di legno di pino e agli ossicini di un colombo, ugualmente esposti; un enorme rettile lungo22 piedi, molto somigliante al pitone terrestre, ma recante branchie, pinne dorsale e ventrale, coda simile a quella dello squalo, anche se con delle sfumature di colore molto contrastanti; un gran numero di contenitori di vetro a tenuta ermetica che ospitavano in una speciale soluzione alcolica campioni di creature marine pescate nei mari dell’Estremo Oriente e nelle più remote profondità abissali e mai apparsi in precedenza a queste longitudini; una delicata collezione di organismi marini soffiati nel cristallo da una coppia di fratelli boemi.

Melancton ammirò quella straordinaria raccolta in una lunga visita a bordo della Merimay, visita durante la quale il capitano Bywater si prodigò in esaurienti e dettagliate spiegazioni sulla storia e la provenienza di ogni singolo pezzo. Certe vicende erano sicuramente incredibili, pensò Melancton, come quelle relative al chiodo dell’Arca, ma certo che nel complesso ne era rimasto molto impressionato. Fu a causa di questo turbamento, unito al fatto che la minaccia di pioggia costringeva a tenere gli ingressi chiusi e all’odore penetrante di alcune sostanze utilizzate per la conservazione dei campioni organici, che in un momento nel quale il capitano era impegnato a spolverare con un soffice piumino di struzzo degli anemoni di cristallo, Melancton si avvicinò a una porta che presumeva conducesse in coperta. Bywater abbandonò frettolosamente i suoi anemoni impolverati. Uno cadde, infrangendo sul pavimento di teak i sottilissimi tentacoli rossi.

– Prego, da questa parte, signor Melancton.


 
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