L’EREMITA DELLA BAIA PICCOLA – quarta puntata

Foto di Alessandra Di Renzo – http://alessandradirenzo.wordpress.com/

Capitolo terzo

Il capitano Bywater espresse il desiderio di incontrare l’eremita che viveva sulla Lingua di Quinat, un piatto e uniforme banco sabbioso a meno di un miglio a est della Baia Piccola.  Era un uomo di fede che i più vecchi marinai del villaggio narravano si fosse stabilito sulla Lingua più di settant’anni prima. Raccontavano ancora che fosse fuggito da una mezza galera della leggendaria flotta di Tchazine IV, quando a dominare la costa di Burgerecola, l’intricato labirinto di barriere coralline che impedivano la manovra persino al più piccolo e agile naviglio a vela, erano slanciati legni a remi. A Soluciano era stato imposto l’imbarco coatto e la stessa sorte era toccata a tutti gli uomini, giovani e adulti, di Naptol, pena la messa a ferro e fuoco del paese. Questo ovviamente avveniva prima dell’arrivo degli Europei con le loro lance a vapore, della scoperta delle ricche miniere d’argento, dell’assassinio di Tchazine V e del consolidamento del dominio coloniale attraverso una fitta rete di fortezze costiere.

Molte voci, di quelle che circolano di bastimento in bastimento e di porto in porto, avevano portato alle orecchie del capitano Bywater che l’Eremita possedesse particolari cognizioni riguardo all’ambiente marino e alla navigazione e che addirittura si fosse spinto così vicino all’orizzonte che il sole, al tramonto, lo aveva illuminato dal basso in alto, proiettando la sua ombra a oscurare le costellazioni dello Scorpione e del Serpentario. Era evidente che un uomo curioso e avido di sapere come il comandante americano non volesse lasciare quei luoghi prima di aver approfondito la questione.

In effetti, come ogni eremita, anche Soluciano aveva subito, soprattutto nel primi anni del suo volontario isolamento, ogni genere di tentazione. L’esigua lingua sabbiosa si era dilatata in ogni direzione e affollata di schiere di donne bellissime, volti e corpi che aveva intravisto attraverso le aperture per i remi, durante le razzie, incatenato a una panca. Ogni granello di sabbia si era tramutato in oro e pietre preziose, il mare in ricchi tessuti che si increspavano. Soluciano era rimasto confuso, ma aveva trovato la forza per vincere le lusinghe della lussuria e della cupidigia. Era bastata la sua umiltà, la sua moderazione, il pesce – un pesce – che quotidianamente finiva intrappolato in una rete ampia quanto un fazzoletto, all’estremità settentrionale del banco sabbioso, e un accordo con una donna di Tenpì molto prima che Satana si interessasse a lui e alle sue ambizioni di santità. Aveva stabilito una visita ogni cinque anni. Soluciano era comunque consapevole che più dei miraggi che si sarebbero presentati in prossimità della visita della donna avrebbe dovuto temere le insidie alla sua sete di conoscenza. Il capitano Bywater, che ascoltava con attenzione le parole di Soluciano, assentì con un impercettibile movimento della testa. Finalmente, il giorno in cui era stato concordato l’incontro, una minuscola imbarcazione a remi approdò sulla Lingua. Soluciano la riconobbe come vera, per quanto potesse anche sbagliare, e si chiese, come faceva ormai da mesi, se ciò fosse giusto e non rappresentasse invece un pericoloso cedimento. Decisero di diluire le visite successive negli anni a venire. La prossima tra dieci anni; la successiva, a partire da quel giorno, tra venticinque. Sesilia accettò, sorridendo con dolcezza.

Soluciano trascorreva ogni notte con ansia, in attesa del momento fatale. Era convinto che il demonio si sarebbe presentato prima che il mondo venisse invaso dalla luce del sole. Invece un piccolo pesce, un’aguglia, catturò la sua attenzione verso mezzogiorno e quando l’uomo gli fu abbastanza vicino, l’animale lo ingoiò. L’unica cosa della quale si meravigliò fu che all’interno del pesce non si sentiva alcun odore sgradevole di cibo in putrefazione.

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