L’EREMITA DELLA BAIA PICCOLA – quinta puntata

Foto di Alessandra Di Renzo – http://alessandradirenzo.wordpress.com/

Sotto varie forme, pesce lui stesso o ancora uomo, con le palme delle mani appoggiate alle pareti gelatinose di una medusa come di fronte a un’ampia finestra oppure sul dorso di un pescespada, Soluciano aveva goduto di un privilegio unico e straordinario. Gli fu concesso di penetrare ogni recesso dei mari, di ammirare le grottesche protuberanze luminose degli animali che popolano gli abissi, di scaldarsi sulle ininterrotte emissioni dei vulcani sottomarini, di riposare all’interno di vaste grotte scavate nel corso dei millenni dalla pressione delle onde, dove il vento si infilava in un angusto passaggio sul tetto della caverna con un suono dolce di corno. Ridotto a una minuscola particella liquida descrisse le orbite che costituiscono il moto ondoso, fino a schiacciarsi e poi arrestarsi sul fondo per un istante prima di circolare mescolato a granelli di sabbia, frammenti di conchiglie e nubi di spermatozoi. Scoprì il movimento delle maree e la stessa composizione chimica dei mari e un giorno un colpo di coda lo scagliò verso un veliero. Percorse una breve distanza, volando tra il pesce e la nave, che procedeva nella brezza con tutte le vele normali e di caccia spiegate e piene. Soluciano salì a spirale lungo gli alberi, passando tra gli uomini addetti ai pennoni. Ascendeva e picchiava con euforia, lasciando scie invisibili, ma a un tratto si accorse che il tessuto delle vele era screziato di minuscole, sottilissime righe. Si arrestò nell’aria e poi, lasciandosi spingere dal vento, scivolò sulla parte sottovento della gabbia volante. Vide che si trattava di parole, che in un primo momento non riusciva a comprendere. Il vento intanto era aumentato d’intensità. Udiva delle voci provenire dalla coperta e altre di rimando più vicine, dai pennoni, dalle coffe. Qualcosa di compiuto gli sembrò apparire sulla vela poco prima che venisse ammainata. Si abbandonò facendosi trasportare all’albero di trinchetto. Si immerse a decifrare tra le colonne dei ferzi del parrocchetto e il significato, sì, sembrava alla sua portata, qualcosa di cui ancora non riusciva a cogliere il senso, pur percependone l’importanza. Nuovi comandi, ora più concitati, precedettero lo stridere delle manovre e l’urto metallico della catena che stringeva il pennone all’albero. Di nuovo le parole incise, o scritte, o ricamate sul tessuto – non riusciva a distinguere: era troppo impegnato in una visione più ampia – scomparvero, avvolte rapidamente. Allora Soluciano dovette spingersi con fatica, nuotando controvento verso poppa, all’albero di mezzana. Riusciva a stento a rimanere immobile, con lo sguardo in equilibrio su quella che poteva essere la prima frase di un concetto formato sulla contromezzana. Nonostante la riduzione della velatura la nave era fortemente sbandata. Il mare si era ingrossato; lo scafo rollava e beccheggiava spaventosamente. Il veliero, con le sole vele di cappa, si arrampicò sulla cresta di un onda gigantesca alta un centinaio di piedi e proprio sulla sommità una furiosa raffica di vento strappò l’albero di mezzana. Soluciano udì un urlo disperato che lo fece trasalire. Pensò che dovesse scansare qualcosa che gli precipitava addosso, ma il marinaio lo attraversò senza coinvolgerlo nel disastro. Colpì con la testa il capodibanda emettendo uno schiocco sordo e infine la traiettoria mortale si concluse tra i flutti, dieci metri più in basso. Benché l’audacia di alcuni marinai fosse riuscita nel terzarolarle, il vento impetuoso aveva lacerato la vela maggiore e quella di trinchetto, che sbattevano fragorosamente. Solo una vela da tempesta, a prua, permetteva il governo della nave. Le onde squassavano il vascello, che scompariva completamente tra altissime mura d’acqua ogni volta che scendeva nel loro ventre. Soluciano pensò che erano talmente alte e potenti che avrebbero potuto strappare facilmente la campana sulla sommità del faro di Naptol, dov’era nato. Si diresse verso quell’unico triangolo di tela risparmiato dalla burrasca. Nel breve tragitto necessario a raggiungere la tormentina diresse lo sguardo verso la coperta, dove pochi uomini resistevano abbracciati alle sovrastrutture. Un giovane marinaio si era rannicchiato al riparo del cassero di prora e pregava. Tutto ciò che aveva visto non aveva fatto altro che rafforzare la sua fede e la consapevolezza dell’imperscrutabilità dei disegni di Dio. Immaginò gli altri uomini, sotto coperta o già trascinati in mare. Colse un movimento a dritta, stroncato dalla brutale e disordinata oscillazione di uno dei grandi bozzelli da pennone.

Mentre nessuna apparente variazione sembrava essere avvenuta l’Eremita sollevò il viso come un animale intento a fiutare una traccia. “Dovete andare ora” – disse.

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