L’EREMITA DELLA BAIA PICCOLA – sesta puntata

 

Foto di Alessandra Di Renzo – http://alessandradirenzo.wordpress.com/

Capitolo quarto

Il sole pomeridiano gettava i bassi cubi delle case sulla strada bianca con esasperata violenza. Melancton scese i gradini, uscì nella luce e si volse con prematura nostalgia verso l’ombra dell’edificio.

Il tenente di vascello Balthasar tastò di nuovo l’oggetto che gli appesantiva la tasca della blusa. Portava con sé una grossa rivoltella di marina che era solito tenere in casa. Quella d’ordinanza rimaneva, come prescritto dai regolamenti, a bordo della pirocorvetta. Gli parve una misura forse eccessiva, dal momento che il Commissario aveva solo espresso il desiderio, in maniera confidenziale, di una sua collaborazione e dei suoi consigli. Ma Balthasar si trovava in uno stato di cupa inquietudine a causa di un episodio accaduto la sera precedente. Nella mensa ufficiali – al comandante era prescritto l’obbligo di ricevere i pasti a bordo – la tavola era come al solito apparecchiata con la tovaglia di lino bianco e le posate d’argento, come ogni giorno alle dodici e la sera alle diciotto. Gli altri ufficiali della Arylide attesero che il superiore si sedesse, quindi anch’essi si accomodarono. Balthasar osservò il coltello e la forchetta con profonda meraviglia. Stese una mano e poi l’altra, girandole nello spazio sopra il piatto, esaminandole con sguardo che si era riempito di orrore. Gli apparve tutto gigantesco e deforme, sia gli affusolati oggetti di metallo che le sue estremità.

    La notizia del delitto si era velocemente sparsa in tutto Tenpì e già correva nei paesi vicini. Il cadavere di Soluciano era stato trascinato dalla corrente all’interno della Baia Piccola. Ora le mani pietose di due pescatori a bordo di una lancia stavano cercando di recuperarlo. Galleggiava a viso in giù, completamente nudo. Sugli scogli erano quasi tutti gli uomini. Un gruppo di essi era rimasto sulla spiaggia che conduceva alla barriera per impedire alle donne e ai bambini di avvicinarsi, per risparmiare loro la tragica scena. Tra le donne molte piangevano e gridavano. Le più anziane avevano immediatamente scorto nell’evento un presagio funesto. Con robusti colpi di remo gli altri due pescatori sulla lancia cercavano di tenere l’imbarcazione a debita distanza dalle rocce. Issarono il corpo di Soluciano con la massima delicatezza, soprattutto quando rivoltarono il cadavere su se stesso per fargli scavalcare la falchetta.

Giunti sul luogo quasi contemporaneamente, la vista acuta sia del tenente di vascello Balthasar che di Melancton avvertì qualcosa di differente rispetto al quadro che si presentava nella Baia il giorno precedente. La goletta del capitano Bywater aveva salpato l’ancora. Probabilmente durante la notte, o almeno dovevano esser trascorse già parecchie ore perché su tutto l’orizzonte non si riusciva a scorgere traccia della sua bizzarra alberatura.

Quando il corpo dell’Eremita fu portato a riva e il medico poté constatare, esaminando le numerose ferite da taglio, che si trattava di omicidio, la sentenza dei cittadini di Tenpì fu immediata e senza incertezze, confermando il pregiudizio che la maggioranza aveva sempre nutrito nei confronti del comandante della Merimay.

Il sindaco Albares, il commissario Trapòn e le altre personalità della città, riuniti nel Municipio, convocarono Balthasar, stavolta in via ufficiale. Sindaco e commissario, insieme a pochi altri, cercarono di tenere a freno il desiderio di vendetta dei cittadini più impulsivi. Delusìa, armatore di una consistente flotta di pescherecci che estendeva le sue battute da Yansa a Capo Sulfides, aveva già raccolto una consistente ciurma di uomini, in gran parte marinai delle sue barche, e cercava di reclutarne altri passando da un gruppo di uomini all’altro. Apparve subito evidente che nessuno dei battelli ormeggiati nella Baia, naviglio da lavoro di scarso tonnellaggio e poca velatura, avrebbe potuto raggiungerela Merimay. L’unica possibilità per la giustizia era affidata alla pirocorvetta. Il tenente di vascello Balthasar, pur comprendendo le ragioni delle autorità civili della città, ligio ai regolamenti militari, obiettò che non avrebbe potuto levare gli ormeggi senza un preciso ordine a riguardo proveniente dal Comando Distrettuale. Delusìa gli si piazzò di fronte. Era un uomo imponente, vestito di un paio di pantaloni di tela logori tenuti su in vita da una cima di canapa. I piedi erano nudi, corti e tozzi rispetto alla sua mole. Nessuno comunque avrebbe mai osato esprimere un commento a proposito del contrasto tra la sua immensa ricchezza e il suo abbigliamento dimesso. Soprattutto ora che imbracciava una grossa e antiquata carabina Sharps. In altre occasioni Delusìa si era trovato in contrasto con l’ufficiale, avendo mal tollerato la rigorosa applicazione dei regolamenti relativi agli sconfinamenti nelle zone di pesca delle altre giurisdizioni del Regno. Lo accusò di essere un pavido. Balthasar infilò le mani nelle tasche della blusa. Qualche metro alle loro spalle il sindaco Albares chiese l’attenzione generale per fare il punto della situazione.

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