L’EREMITA DELLA BAIA PICCOLA – settima puntata

Foto di Alessandra Di Renzo – http://alessandradirenzo.wordpress.com/

Nel giro di due ore la risposta del Comando Distrettuale pervenne all’ufficio telegrafico di Tenpì, dove era attesa dal nostromo della Arylide. Si lasciava al tenente di vascello piena autonomia di azione, invitandolo nello stesso tempo alla prudenza e a non giungere a conclusioni affrettate. Un magistrato speciale e altri uomini della Gendarmeria, agli ordini di un colonnello, sarebbero giunti nel volgere di qualche giorno direttamente dalla Capitale. Di fondamentale importanza era evitare il coinvolgimento della popolazione civile, a qualsiasi livello, nell’operazione.

Nell’attesa del messaggio il commissario Trapòn era sbarcato sulla Lingua di Quinta alla ricerca di qualche indizio. Il banco di sabbia era stato percorso in lungo e largo dal pubblico ufficiale, accompagnato da un paio di gendarmi. Il rifugio nel quale l’Eremita trovava ricovero durante le notte più tranquille era una buca angusta e dal soffitto basso. Alcune tavole di legno trasportate dalle correnti sulla spiaggia – era possibile riconoscere nelle decorazioni floreali, finemente lavorate, una parte del fasciame dello specchio di poppa della Saitta Madre, naufragata durantela Grande Tempestadel 1894 – impedivano alla sabbia di franare all’interno. Dopo un’attenta ispezione ogni cosa fu trovata in ordine.

Le macchine della Arylide erano già sotto pressione, tutti gli uomini a bordo e pronti a salpare. L’ultimo a salire a bordo fu il comandante Balthasar, assorto nelle sue considerazioni sulla probabile rotta tenuta dalla Merimay.

A circa otto miglia da Tenpì la pirocorvetta, che si era mantenuta su una rotta perpendicolare alla linea di terra, rallentò per accostare una barca da pesca di Capo Sulfides. Interrogati personalmente da Balthasar i marinai affermarono di aver effettivamente scorto una nave con degli strani alberi che si dirigeva verso levante.La Arylideriprese il suo inseguimento a tutto vapore.

–        Cosa ne pensa, signor Melancton?

–        Ha molto vantaggio, comandante. Questa brezza le consente una velocità di poco inferiore alla nostra, credo, stando alle affermazione del capitano Bywater. La nostra speranza è che il vento cali e chela Merimaycontinui a seguire la rotta che ci hanno segnalato quei pescatori. Ogni minima deviazione segnerà il nostro fallimento.

Nonostante la nota del Comando Distrettuale, Balthasar aveva voluto a bordo Melancton. Il nostromo, Marvin, lo aveva informato di una certa familiarità con Bywater che non era sfuggita agli occhi più attenti di Tenpì. Conosceva inoltre Melancton da anni, apprezzava la sua conoscenza dell’animo umano e si fidava del suo giudizio. La garanzia di Marvin fu per Balthasar più che sufficiente per una piccola violazione del regolamento. Delusìa, dal molo, aveva osservato il mite Melancton attraversare la passerella d’imbarco con profonda invidia.

Fu al crepuscolo che una delle vedette avvistò la luce delle lanterne di poppa della Merimay.

–        Se fossi un criminale fuggirei circondato dall’oscurità più assoluta.

–        Sì, ciò è piuttosto strano.

Balthasar aveva già interpellato Melancton su quale fosse la sua impressione a proposito del capitano Bywater. Melancton rispose che lo considerava, eccetto alcuni tratti stravaganti e indecifrabili, come una persona franca e fondamentalmente onesta. Almeno, precisò, nel senso che non lo riteneva in grado di commettere un crimine così efferato. Lo mise al corrente, in qualità, con ogni probabilità, di unico cittadino di Tenpì che era stato sinceramente interessato a visitarla, della collezione, delle palesi falsificazioni e del turbamento che aveva assalito il capitano Bywater quando era stato a un passo dall’aprire quella porta misteriosa.

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