Quello strano campione del mondo – RENATO CROCE e il TROFEO ALFASUD – prima parte

 

 

Cos’è? Un articolo? Un libro? Un ricordo? Un dovere? Ci sono tanti modi per cominciare a scrivere. Bisogna sceglierne uno? No. Vediamone un paio, tra quelli coscienti.

 

L’anno scorso conosco personalmente un padre che ha perduto il figlio. Un figlio giovane, che faceva il pilota. Vive in Emilia. Ma poi conosco anche un altro padre – stavolta per telefono – che ha perduto un figlio. Un figlio giovane, che faceva il pilota. Non lo stesso tipo di pilota, ma alla fine cosa importa? Si tiene sempre in mano qualcosa che manda a destra e sinistra e si manovra qualcos’altro che fa andare più o meno veloci. Anche questo vive in Emilia. Il primo padre si chiama Gianni Zamboni e gestisce l’aviosuperficie di Ozzano Emilia, sede di uno dei più prestigiosi – Cielo e Volo, l’Oskosh nazionale – raduni di aviazione leggera in Italia. Si alternava tra la sua berlina – una Jaguar? una Daimler? – e il rullo compressore, erano in pieno svolgimento i lavori che avrebbero affiancato alla pista in erba – sulla quale stavamo girando noi con i carri a vela – quella in asfalto. In piedi sulla plancia del compressore, in blazer blu, sembrava un capitano di altri tempi, conradianamente notevole. La pista è intitolata al figlio Guglielmo, che il 3 marzo del 2005 era ai comandi del Cessna 340A con marche D-IMMA per un volo dal Marconi di Bologna all’aeroporto di Forlì. C’è neve, è un decollo che per la perizia richiesta dal Gip dopo l’incidente non si sarebbe mai dovuto effettuare. E il secondo padre?

 

Un interesse particolare per le storie dimenticate. Spesso queste storie sono legate a un mondo che ho frequentato prima come semplice appassionato e poi come giornalista. Molti protagonisti li ho incontrati e poi li ho persi, altri li ho conosciuti dopo le imprese che avevano colpito la mia fantasia. Non potevo fare a meno di dare voce alla famiglia Amoretti & co. e al loro folle progetto di attraversare l’Oceano di due station wagon riempite di poliuretano. Sono un testimone e, scrivendo, un testimone che scrive. Provo quell’egoistico senso di ingiustizia per tutto ciò che un giorno mi ha colpito e che invece tutto il mondo ha dimenticato. Com’è stato possibile? A una cronoscalata del Terminillo conosco un ragazzo pugliese. Il giorno prima della gara arriva pelo pelo in cima, alla rotonda di Campoforogna, con la guarnizione della testata della sua Fiat Ritmo cotta. Era venuto da solo, con quella Ritmo diesel e al gancio il carrello con l’A112 da gara, dorme – come noi – all’Ostello della Gioventù. Un giorno lo avevano investito in una piazzola d’emergenza mentre controllava il carrello, soffriva di problemi fisici che non gli avrebbero più permesso una vita normale. Ci prendemmo un cioccolato. Chi era? Io lo so, ma gli altri?

 

Due ragazzi sensibili, capaci, entrambi con la passione della scrittura (Guglielmo Zamboni nel 2005 pubblica per Il piccolo Torchio Soffi di Vento). Separati da una conclusione tragicamente diversa. Ma la vera differenza è sul piano della memoria e della sua trasmissione. Di Guglielmo Zamboni rimangono molte tracce: oltre all’aviosuperficie articoli sulla stampa più o meno specializzata e poi erano diventati tempi diversi, quelli della Rete, nei quali è più facile trovare un ricordo. E in effetti, a questo punto, l’elemento indispensabile per raccontare una storia è che i testimoni siano disposti a ricordare.

 

Di Renato Croce non rimane nulla. Il padre, Gaetano, è restio a parlarne, comprensibilmente, non posso dargli torto: e io non ho mai forzato nessuno in queste tragedie, come quella domenica a Orvieto che ebbe l’incidente Attilio Broccolini e sua figlia veniva subito dietro. Fino a che punto è cronaca?

 

Ma insomma chi era Renato Croce? E per quale motivo questa promessa dell’automobilismo degli anni Ottanta è scomparso dalla nostra memoria di uomini e di appassionati di motori? 

 

 

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4 risposte a Quello strano campione del mondo – RENATO CROCE e il TROFEO ALFASUD – prima parte

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  2. Mauro Marchisio ha detto:

    ….bell’articolo davvero!
    Seppur appassionato, quasi non mi ricordavo più di quel nome e delle gesta sportive di quel ragazzo che -oramai 35 anni fa- pareva aver un radioso avvenire avanti a sè…
    Eppure tutto venne spazzato via in un attimo: mi sembra di ricordare un articolo di Autosprint (era estate o forse inizio autunno) in cui proprio il padre faceva riferimento ad una precisa volontà del figlio nel mettersi alla prova anche in ambiti che si sarebbero poi dimostrati fatali.
    Dopo quelle poche righe è calato il silenzio su di un pilota straordinariamente dotato che -purtroppo- non è mai più stato ricordato in ambito sportivo; paradossalmente rilevo come un analogo destino si sia compiuto anche in ambito letterario, atteso che la prima parte di questo interessante articolo non ha mai avuto il giusto seguito….
    Ovviamente, se si tratta di una scelta editoriale volta a rispettare la volontà dei congiunti, nulla quaestio….
    Saluti

    M.M.

    • ruotenelvento ha detto:

      Grazie Mauro! Come lettore – e poi inviato – di Autosprint credo che in quegli anni non ci sia mai stato nulla di più straziante di quella lettera del padre di Renato Croce (sta su AS 19/84). A volte una pista non riesce a contenere il richiamo della sfida e la ricerca del limite. Un saluto – Enrico

      • Mauro Marchisio ha detto:

        Francamente non ricordo la lettera di risposta del padre (….e vorrei vedere visto che sono passati 33 anni!): trovo invece molto interessante il concetto di incapienza degli sport automobilistici nei confronti di chi è alla ricerca di un limite o della sfida estrema.
        Sotto certe angolature mi ricorda un pochino la parabola di Achille Varzi privata purtroppo della redenzione seppur macchiata dal finale tragico.
        Grazie per la celere risposta e grazie per il piacere donato nel leggere storie non banali!
        M.M.

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