UNA REPUBBLICA DI AUTOMOBILISTI

REPUBLIC OF DRIVERS

Gli Americani sono gente dalla mentalità aperta. Possono accettare il fatto che una persona sia un alcolizzato, un tossicodipendente, uno che picchia la moglie e addirittura un giornalista, ma se un uomo non guida c’è sicuramente qualcosa che non va. (Art Buchwald)

Potete forse immaginarla senza Superman, il Big Mac e i Village People, ma senza automobili? Perché?

Uno studio sugli Stati Uniti al volante non può prescindere da ciò che è sempre stato implicito nella cultura americana e che è stato convenientemente trasferito in un bene di consumo di massa come l’automobile. L’analisi di Seiler parte infatti dall’individualismo e della sua trasformazione, o meglio il suo parziale annientamento a partire dalla seconda rivoluzione industriale. Il taylorismo porterà il colpo di grazia con la riduzione dell’individuo a soggetto e poi a consumatore, pur nella costruzione di una retorica della cooperazione e quindi – negli anni della Guerra Fredda – del team eisenhoweriano.

Eisenhower è un personaggio cardine in questa ricerca, perché rinnegando un cauto conservatorismo fiscale nel 1956 dà il via – con uno stanziamento astronomico di 50 miliardi di $ e ponendo l’accento all’apice della Guerra Fredda anche su una funzione militare strategica – all’Interstate National System e di conseguenza alla “road gang”, la lobby trasversale di cementatori, asfaltatori, acciaioli, petrolieri e costruttori di automobili.

Seiler sostiene che l’automobility non si è sviluppata unicamente come naturale evoluzione tecnologica ed economica, ma soprattutto per reintegrare nominalmente il ruolo autonomo di quell’individuo libero e piuttosto anarchico che aveva caratterizzato almeno un secolo repubblicano di vita di frontiera. Una forma di compensazione insomma in primo luogo per il borghese bianco, ma che si rivelerà favorevole – anche se a fasi molto alterne e con un epilogo dovuto essenzialmente alla necessità di una loro partecipazione al mercato – per l’emancipazione delle donne e degli Afro-Americani*. Straordinario notare lo slittamento funzionale tra i primi anni della motorizzazione, nei quali l’automobile si rivela come giocattolo per ricchi senza forte connotazione di genere (rientrando in un certo senso nell'”accessorio-moda”), alla mascolinizzazione degli anni Venti, quando ormai si era diffusa come strumento di lavoro e di guerra.

Individuo e libertà, a dispetto di un immaginario consolidato – non solo per loro, ma anche per noi – si legano alla mobilità autostradale in una recita, un’illusione di poter scegliere e agire, un carnevale concesso dal potere (o più correttamente dalla governmentality) fino all’ambigua resa allo spazio anonimo e neutrale della limited access high-speed interstate, un destino verso il quale anche Paesi di recente motorizzazione – in primo luogo la Cina – guidano senza scampo.

* L’autore dedica molto attenzione a due riviste che furono fondamentali nella promozione dell’automobility per gli Afro-Americani, Green Book e Travelguide, “Vacation & Recreation Without Humiliation”.

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS – A Cultural History of Automobility in America, The University of Chicago Press, Chicago 2008 (disponibile su Amazon)

 

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3 risposte a UNA REPUBBLICA DI AUTOMOBILISTI

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