JOAN DIDION – Prendila così e altre cose

JOAN DIDION PLAY IT AS IT LAYS 01

Joan Didion non è molto più alta di 47.8″ ma sicuramente molto più potente del 350 c.i. small block 

A 44 anni di distanza dalla prima pubblicazione e a 36 dalla prima edizione italiana (Bompiani) Play it as it lays è tornato sul mercato italiano, con il Saggiatore Prendila così. Non richiama i sentimenti che fanno vendere come L’anno del pensiero magico – la morte in rapida successione di una figlia e di un marito e in realtà non riesce nemmeno a tenere il ritmo più coerente di Diglielo da parte mia. Perché?

Ci si potrebbe trovare di fronte o ad un limite dell’autore (col respiro troppo corto per il romanzo) oppure ad un limite dell’oggetto: però se anche Il giorno della locusta procedeva spastico e rarefatto si potrebbe definitivamente intuire che il mondo degli studios di Hollywood viva di una vita incomprensibile per chi ne è al di fuori. E questo discorso si potrebbe estendere all’intera California che, per quanto filtrata dalla fredda ipersensibilità di Didion, è sempre ad un passo dalla catastrofe del terremoto o di un’apocalisse fiammeggiante scatenata dal Santa Ana.

Si tratta comunque della questione del taglio che gli vuoi dare: come narrativa puoi avere qualcosa da recriminare oppure essere completamente appagato dalla cronaca più equilibrata e luminosa – i pezzi più sciolti e lucidi sono quelli di argomento giudiziario – nella quale si distingue netta la forma mentale e la cultura di Didion; in finale come guida della California però forse non puoi trovare di meglio.

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 01

Se la protagonista di Prendila così guida spesso, spesso finisce nel deserto. Esistono film del deserto – quelli del Jack Arnold di Destinazione… terra e di Tarantola, per dire – ed esiste musica del deserto e poi si finisce nel deserto, senza che di solito ne venga fuori qualcosa di buono per la testa

Tanto minuta da essere invisibile – per dare un’idea, la Corvette che rappresenta l’appendice meccanica alternativa alla macchina per scrivere sembra essere gigantesca come un Mack truck – Joan Didion ascolta molto e attraversa attivamente oltre mezzo secolo di storia americana e quando si dice americana potete intendere anche tutto il continente. Ha dedicato infatti molta attenzione alle vicende dei Paesi della sfera d’influenza diretta, sia come giornalista che come narratrice, con quel Diglielo da parte mia che per certi versi anticipa – sulla scia emotiva della vicenda di Patricia Hearst – alcuni tratti di Pastorale Americana. Ma si concentra sulla California:

per esempio su una San Francisco che ci fu raccontato fu fiori nei capelli ed estate dell’amore e invece si andava coprendo dei corpi accatastati (piled up in mounds…) delle vittime dell’acido e delle ragazze stuprate. E quando manca una rappresentanza politica – come accade a questi adolescenti spacciati – manca quella teatralità convenzionale, allegra e artificiosa, il gioco delle parti tra una struttura organizzata e l’establishment che affiora negli articoli sui Black Panther o sui disordini al SF State College contenuti in The White Album. Ma cos’era veramente Haight Ashbury nel ’67? Didion cita un ciclostilato di Chester Anderson, uno dei protagonisti di quel lungo periodo con la Communication Company:

Mind and bodies are being maimed as we watch, a scale model of Vietnam.[neretto mio];(1)

oppure sulla chiassosa eppure perfettamente realistica villa museo di J. Paul Getty – chiassosa eppure perfettamente realistica perché appare NUOVA come l’avrebbe desiderata il greco o il romano antico e che quindi ci allontana non solo da una nostra generica illusione di un’antichità tagliata sulla misura e sulla discrezione piuttosto che sulla deriva da Strip in Vegas, ma anche da profondi sensi di colpa:

The sight of a Greek head depresses many people, strikes an unliberated chord, reminds them of books in their grandmother’s parlor and all of they were supposed to learn and never did.(2)

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

pieno deserto, ruotenelvento alla cisterna Didion, scoperta solo grazie al saggio Republic of drivers di Cotten Seiler: i new journalist sono sempre stati abbastanza sulle balle alla matrice della cultura italiana, al contrario di Jim Morrison, Hem, Tipper Gore, Kerouac, Clint Eastwood, Palahniuk ecc ecc,  qui pigramente accettati come progressisti ma strapieni di sfumature reazionarie

L’estate dell’amore ha portato alla deflagrazione, alla consapevolezza – pochi di quelli attenti ne rimasero stupiti – che le cose stavano maturando per Cielo Alto e l’ultimo spartiacque, il massacro di Sharon Tate e amici. L’uomo è marcio dentro, altro che estate dell’amore e azione sociale, Didion se ne tira fuori:

We were that generation called “silent”, but we were silent neither, as some thought, because we shared the period’s official optimism nor, as others thought, because we feared its official repression. We were silent because the exhilaration of social action seemed to many of us just one more way of escaping per personal, of masking for a while that dread of the meaningless which was man’s fate. (3)

Il brano introduce lo scetticismo di Joan Didion: il frequente riconoscimento di due termini possibili e legittimi, e che l’autrice spesso scavalca in un’affermazione di una terza posizione, la sua. Il might or might not indica la casualità, la vita normalmente senza senso, l’assenza di una consecuzione e di un assioma, ma un altro passo – che individua i motivi per i quali un affamato Howard Hughes stesse acquistando grandi proprietà a Las Vegas – ripete questa costante del terzo termine:

[…] the secret point of money and power in America is neither the things that money can buy nor power for power’s sake […], but absolute personal freedom, mobility, privacy. It is the instinct which drove America to the Pacific, all through the nineteenth century, the desire to be able to find a restaurant open in case you want a sandwich, to be a free agent, live by one’s rules.(4)

Fatto sta che quando una Nazione gode di facile accesso a denaro, droghe, psicofarmaci e motori V8 è evidente che per gli altri non può rimanere nulla di originale, in modo per nulla diverso dalla devastata ricchezza di chi – come Francia e Gran Bretagna – ha vissuto una rivoluzione sociale, politica e religiosa (doloroso privilegio a noi non concesso).

Benché non consigliata da leggere in periodi di scarsa empatia, Didion è un’autrice che merita tutto il mio rispetto perché chiama gli aeroplani per nome, fossero anche solo le carcasse di Fairchild F227. E si spinge anche oltre, con una passione per l’acqua che scorre all’aperto dalle grandi dighe lungo il complesso sistema del California Aqueduct e con un improvviso, violentissimo desiderio di aprire un centro commerciale.

(1) J. Didion, We tell ourselves stories in order to live: collected nonfiction, Everyman’s Library, NY 2006, p. 78.

(2) Ibidem, p. 233.

(3) Ibidem, p. 330.

(4) Ibidem, p. 59.

JOAN DIDION – We tell ourselves stories in order to live: collected nonfiction, Everyman’s Library, NY 2006 

JOAN DIDION (traduzione di Adriana Dell’Orto) – Prendila così, Il Saggiatore, Milano 2014

JOAN DIDION (traduzione di Adriana Dell’Orto) – Diglielo da parte mia, e/o, Roma 2013

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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