James Leo HERLIHY – UN UOMO DA MARCIAPIEDE

UN UOMO DA MARCIAPIEDE RECENSIONE 04

Un set up proprio niente male per una domenica estiva di novembre: Un uomo da marciapiede di Herlihy, Bustin hollow core 2015 grafica di Demencia Beivide, Gullwing Charger, Minizombie 78a

Mannaggia: l’autore ha un nome terribilmente maldestro, nemmeno connotato etnicamente: un Malakian sai da dove viene, un Goldberg sai da dove viene, un Sashiro sai da dove viene, un Rizzo sai da dove viene e così via. Ma Herlihy?

Il protagonista però ha stile, mi piace, soprattutto quando alla comparsa di Manhattan

La mano di Joe scivolò verso l’inguine, ed egli si disse Me lo prenderò in mano, lo farò roteare e ci prenderò al lazo tutta questa fottuta isola.

Quanto suona freddamente pragmatico il pijamose Roma di Romanzo criminale. Così si muove Joe, perseguitato dal fantasma della nonna Sally che l’ha cresciuto tra un uomo e l’altro e poi è morta cadendo da un cavallo che non aveva mai saputo cavalcare solo per fare la giovane a sessantantacinque anni. E cavalcano pure i presentimenti di morte, tirati dentro vista l’ariaccia che tira per due sbandati.

Ora affermare che possa fallire il sogno americano sarebbe come affermare guardando una donna pugliese morire durante la raccolta dell’uva ad Andria che è fallito il sogno rinascimentale umanistico.

Certo, Joe Buck non è una cima. Lo sa pure, non ha alcuna ironia e alcuna esperienza di cose che non siano dell’ordine reale, insomma la metafora gli sfugge. Fa un po’ il Pelosi – alla tara di ipotesi complottiste – nel crimine che permette ai due di guadagnarsi il diritto di partire verso la Florida, con una vittima borghese cartaro portatore di slanci ritardati futuristi alla città che da un pezzo è già salita

Ascolta! Ascolta! Lo senti? Il tempo è un gigante, un gigante che marcia per Broadway! Lo senti, che arriva? […] E tu e io – stava dicendo Locke – contribuiamo a formarlo. Già! Non è eccitante? Ma pensa, il tuo cuore che fa tum-te-tum-te-tum, e il proiettore di quel cinema clic-clic-clic, e ognuna di quelle automobili gggrrroooooooommmmmmm, e oh, basta che ci pensi per sentirmene schiacciato. Vuoi bere?

L’opera slitta verso lo squallore ripiegato dei Settanta – il film di Schlesinger è poi del ’69 – nonostante appartenga pienamente ai Sessanta degli acidi e del radical-chic alla continua ricerca di fenomeni.

Piuttosto crudo e di conseguenza piuttosto censurato e di nuovo di conseguenza piuttosto pieno di tenerezza (il finale forse è effettaccio troppo melodrammatico), il libro si distingue già all’epigrafe: poche opere citano sé stesse, ribadendo che

Non c’è Beatitudine per i solitari. Il Libro non dice che siano beatificati.

Ricordatelo bene.

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Writing about all the things moving-running-sliding-sailing-flying-better-without-a-sound
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