GO AN EXTRA MILE – Michael Wood e le origini degli AMREF FLYING DOCTORS

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La felicità dell’uomo non è nella libertà, ma nell’accettazione di un dovere (dalla prefazione di André Gide a Volo di notte di Antoine de Saint-Exupery)

L’African Medical and Research Foundation nel 1957 non era che un’idea. Come questa organizzazione medica che porta assistenza nelle più remote comunità dell’Africa Orientale sia potuta diventare una ONG articolata con 172 progetti attivi in 26 Nazioni e abbia salvato direttamente o indirettamente – con le cure sul campo, con la prevenzione e l’educazione sanitaria – centinaia di migliaia di persone ce lo racconta uno dei fondatori, Michael Wood, che fin dai primi anni della sua permanenza a Nairobi intravide nel mezzo aereo l’unica possibilità di raggiungere le località più isolate di un vasto territorio (Kenya, Tanzania, Uganda, una parte della Somalia) allora sotto amministrazione britannica.

Quella narrata in GO AN EXTRA MILE è tutta una vita nella quale si deve attingere fino in fondo alla flessibilità anche mentale e all’improvvisazione. E’ difficile che in un Policlinico si possa considerare il cacciagomme del Land Rover come uno strumento per rimettere al suo posto la testa di un omero dislocato da 4 mesi. Lì, accuratamente pulito e sterilizzato, funziona, deve. Valide per il chirurgo, elasticità mentale e improvvisazione diventano vitali per il bush pilot quando dovrà affrontare rinoceronti in atterraggio, piste completamente allagate e le difficoltà di un volo che prevedeva come assistenze il coraggio delle decisioni – anche quella più difficile, quella di tornare indietro – e al massimo un radiofaro. E anche se l’aereo – dal Piper Tripacer, nel quale un barellato inquieto desta qualche preoccupazione nel pilota, ai bimotori Aztec e Twin Comanche: Wood non crede nell’ala rotante, plana poco in caso di avaria – ruba la scena, una protagonista più silenziosa del Flying Doctors Service è la radio. Porta conforto e morale, permette di risolvere situazioni senza dover ricorrere a costose ore di volo, ti fa trovare quello che ti serve quando ti serve. Ci troviamo di fronte ad un quadro complesso nel quale agisce una rete di persone capaci che sovraintende ad elementi che vanno dalla realizzazione delle infrastrutture – con le piste in posti complicati come il Passo di Marich, per esempio – alla formazione delle indispensabili infermiere, dalla elaborazione di messaggi comprensibili per una cultura diversa dalla nostra all’attività che, seppur ripetitiva e lontana dall’azione, è quella che permette di far girare tutta la macchina, il reperimento dei fondi in tutto il mondo.

Se uno degli elementi fondamentali è la prevenzione, oggi appare paradossale come anche Wood abbia speso risorse ed energie per avviare campagne di vaccinazione che in certi casi confliggono con tradizioni millenarie e 50 anni dopo una parte della stessa società che le ha imposte le contesti in nome di superstizioni più stravaganti di un bastone magico. Wood riflette sui costi di 177 bambini affetti da polio e non tutti, quelli di sofferenza umana di chi dovrà essere sottoposto a cure ortopediche, fisioterapia e protesi e di coloro che dovranno assisterli, fanno in finale un conto preciso. Se questo fenomeno di ritorno era al suo tempo inimmaginabile, già era evidente per il chirurgo britannico quel morboso interesse dei medici per le sofisticate tecnologie dedicate alla cura di malattie che incidono su una percentuale assolutamente minima della popolazione.

Un ampia parte del libro è dedicata al Safary Rally, al quale Michael Wood partecipa come navigatore del genero Robin Ulyate. Si tratterà, quella del ’68, di un’edizione epica (come tante altre cosette accadute in quell’anno), flagellata da piogge straordinarie. Sesti al traguardo con una Ford Cortina GT, entreranno, scavallando profondi binari di terra e sorvolando torrenti, nella leggenda degli unsinkable seven.  E’ proprio questo uno degli aspetti più straordinari e piacevoli del libro, l’attraversare con semplicità, fede, senso del dovere e spirito da sportsman tutto quello che rende un uomo un uomo, che lo gratifica, che lo pone di fronte alla propria coscienza e alle proprie responsabilità.

Il mondo che descrive Michael Wood era completamente diverso già solo per i tempi. Con la moglie Susan e due figli piccoli parte da Victoria Station per Parigi, poi Marsiglia, due settimane di navigazione, Porto Said, il Mar Rosso e finalmente Mombasa. E’ il mondo che emerge da una Guerra Mondiale ed il Continente con il quale Wood stabilirà un legame assoluto e inscindibile lascerà poche Nazioni – tra queste proprio il Kenya – quasi immuni dai tumulti dell’indipendenza. Accanto al senso di colpa e ai dubbi dell’Occidente brilla ancora una certa nostalgia di quel Westminster System che avrebbe saputo governare il mondo con giustizia e saggezza, per sempre. Nuovi problemi cominciavano a profilarsi, ma insieme ad essi anche nuove incredibili prospettive – come i primi esperimenti di telemedicina via satellite – in grado di cambiare radicalmente l’assistenza sanitaria nelle aree più isolate del pianeta.

Michael Wood, GO AN EXTRA MILE, Collins, London, 1978, p. 164 – usato su ebay o amazon, dai 15 euro senza spese postali

Testo e foto di Enrico Azzini per ruotenelventonetwork/aviodada

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