MATURE SEX KAMIKAZE – prima parte

Donne allineate nella ricostruzione dell’atelier di Ruggero Rovan, Museo Revoltella, Trieste (foto Enrico Azzini)

I muletti a mano raspavano le grate. Si sentiva bisbigliare, qualcuno chiese quanti caffè dovesse andare a prendere al bar. Valeria la prima volta, quarantaquattro anni prima, se la ricordava eccome. Era grande. Le spalle gli scintillavano al sole, brune su una distesa di piccoli ciottoli bianchi mentre guardava il mare e le isole di fronte e lei sentiva salire la voglia. Era stata la sua amica ad avvicinarsi e a chiederle qualcosa, chissà. Se parlava italiano? Sì, certo: lui era italiano. Ma viveva lì, e studiava, almeno per due o tre mesi l’anno e aveva preso in affitto una piccola casa che dava sul mare, poi tornava per dare qualche esame, per rivedere gli amici, queste erano le cose che le aveva raccontato Giuliana quando era tornata tutta eccitata e l’aveva dovuta anche cercare e rincorrere perché lei si era incamminata su un sentiero che portava sulla collina, tra gli alberi di ulivo, a riflettere su come sopportare l’idea che Giuliana ci sarebbe andata a letto quella sera stessa, ne era certa, era un poco più intraprendente, se così si può dire, non sarebbe dovuta partire con lei, sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa, sì, anche con i genitori, anche la morte di agosto in paese sarebbe stato meglio. Le aveva invitate a mangiare pesce e a bere del vino in quella sua casa, alle pareti scaffali pieni libri e i manifesti anarchici e del KKE e poi avevano fumato un po’ d’erba insieme ad un amico di lui che aveva teso la mano a Giuliana, e loro erano usciti, udiva le risate che si allontanavano e sentiva di odiarla, e lei che aveva un concetto più mistico e più universale o forse soltanto più confuso era rimasta sola con quest’uomo grande che improvvisamente aveva detto ora basta raccontare di Exarchia e aveva cominciato a baciarla.

Se era così facile ricordare la prima volta, l’ultima era tutta un’altra questione. Rimane vaga, perché avrai sempre la speranza che ce ne sia ancora per te, pensò. Era certa che lui avrebbe avuto ancora tante opportunità. Non solo perché era più giovane, ma perché per un maschio doveva essere diverso. Fuori era ancora scuro, ma il faretto notte nel corridoio proiettava un alone bianco sulla parete a fianco del letto. Guardava quel tenue chiarore oltre i suoi capelli ricci e neri e sperava che un Arcangelo circonfuso di un alone solo poco più intenso di quella corona di led la visitasse per dirle ricordati della scorsa notte, e lei avrebbe risposto quale notte? perché non aveva mai avuto molta memoria, mentre cercava di passare in rassegna almeno le ultime, la paziente e soprannaturale creatura avrebbe sollevato gli occhi ad un cielo che doveva conoscere bene, precisando lunedì, dopo le salsicce piccanti ed il vino rosso che aveva acquistato al Todis prima di salire a casa. Oppure le avrebbe detto ora toccalo, senti che il suo membro è già semieretto per qualche sogno, e lascia che ti venga sopra, così sarai proprio tu, inevitabilmente, l’artefice di quell’atto e di conseguenza, ben consapevole, dell’imprimere nella tua memoria tutte le carezze e i baci e tutte le volte che spinge le labbra sul tuo muscolo sternocleidomastoideo e anche se compresse riesci a distinguere il suono che producono che dice che le piaci, le piaci da morire e che non vorrebbe altro che stare lì, con te. La prima volta, se così si poteva dire, era come la madre, sempre certa, e l’ultima come un padre, con un margine. Ma era paralizzata, le sembrava che lo stomaco cominciasse a contrarsi in un processo da protostella piuttosto spiacevole. In sostituzione dell’Arcangelo si sarebbe accontentata di una scialba proiezione sul muro macchiato, dove in uno spazio vuoto tra L’IMPERO COLPISCE ANCORA e THE FINAL HOURS OF TOMB RAIDER dei manifesti del figlio sarebbe comparso CRISTO SANTO, FALLO E RICORDATELO. Eh, sì, il figlio, il figlio che non avrebbe dovuto sapere niente, almeno fino a quando… fino a quando… non sapeva, forse fino a quando lui non avrebbe ufficializzato la cosa presentandosi con un anello, e quando nella sua immaginazione vide l’anello ecco che lo stomaco gli si era ridotto al rognone di un vecchio gatto. E poi i problemi di lavoro, l’ultima questa seccatura per la quale sarebbe dovuta tornare in Direzione solo perché quei maledetti colleghi che le erano stati ostili fin dal primo momento avevano inviato al dirigente del personale le foto del suo elemento migliore che per truccarsi distribuiva sul tavolo del front office i pennelli, e le matite, e il fondotinta, e gli ombretti, e il lucidalabbra, e anche quella crema anti occhiaie che lei aveva subito acquistato per sé. Dettagli. Che vipere.

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