MATURE SEX KAMIKAZE – terza parte

Angelika Kauffmann, donna farfalla, dettaglio, Palazzo Revoltella, Trieste (foto Azzini)

Si era ricordata di una tarda mattinata in un paese dove nessuno li conosceva. Erano usciti dall’auto, si erano guardati intorno, poi lui le aveva sorriso e le aveva preso la mano. Hai le mani di una ragazza, le aveva detto. Glielo diceva anche del collo, spesso, e di altre cose. Avevano camminato così per via Roma, o via Garibaldi, o Unità d’Italia, il corso principale insomma. Ad ogni traversa un vento freddo agitava i tessuti che non erano riusciti a contenere nei giubbotti, frange di scialle e tutte le forme che non aderivano ai corpi. C’erano vecchi contadini che parlavano di fronte ad un bar. La tramontana aveva portato anche l’odore di un forno, denso e scuro, dove il pane non doveva mai uscire troppo bianco. Avevano svoltato, prendendo la traversa dal quale proveniva quell’odore. Prima di spingere la porta lui le aveva afferrato il braccio e l’aveva girata verso di sé. Le aveva accarezzato il viso vicino alla fronte, dove una ciocca di capelli grigi dal cappello. Lei aveva pensato a tutte le volte che era finita una relazione. Lei non aveva mai lasciato. Le cose si erano sfilacciate come una nuvola, oppure era stato il partner a prendere l’iniziativa. E ogni volta, non sapeva con quanta sincerità, forse soltanto una malizia per sottolineare quella colpa del tradimento oppure un trucco disperato per ispirare un ravvedimento, aveva denunciato che non sarebbe successo quello che aveva immaginato, che sarebbero invecchiati insieme. Stavolta con quella differenza d’età era certa che non l’avrebbe detto, si sentiva un pezzo avanti.

– Perché sorridi? – le aveva chiesto.
– Sto bene, per questo sorrido.

Non sapeva quale intensità attribuire alla sensualità con la quale l’aveva circondata durante i primi mesi. Le reazioni del suo corpo l’avevano stupita. Però quello più aveva apprezzato era stata la serenità che le regalava. Smussava ogni spigolo, attenuava i contrasti, piccole cose, tollerava la sua confusione, le sue insicurezze, le sue dimenticanze. A volte questo dono le era sembrato eccessivo, immeritato. Una mattina di pieno autunno avevano parcheggiato nel bosco e avevano cominciato a seguire il sentiero che portava ad un casale abbandonato che dominava una serie di vallate coltivate a nocciole. La notte era stata umida, la foschia ancora ristagnava. Un violento incendio divampato la notte precedente aveva aggredito un gruppo di querce. Oltrepassate le querce aveva cominciato a salire mentre lui le aveva detto che avrebbe scattato delle foto. La nebbia si era fatta più fitta. Si era distratta, forse, o era avvolta in qualche pensiero, fatto sta che il casale, che avrebbe dovuto trovare solo poche centinaia di metri sulla sinistra, non era apparso. Si era voltata. Sentiva il panico crescere. Aveva infilato la mani in tasca per sentire la massa rassicurante del cellulare. Non l’avrebbe chiamato subito, avrebbe atteso che lui la raggiungesse, perché così sarebbe avvenuto, presto. Le dita esploravano le tasche, ma non trovavano nulla di solido. Aveva cominciato a respirare affannosamente e a cercare di infilare una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ma quella era troppo corta e allora continuava con insistenza a ricaderle sulla guancia e lei con altrettanta ostinazione… aveva improvvisamente sollevato lo sguardo. Di fronte a lei si ergeva una torre. La costruzione era in rovina, poco più di un rudere, ciò che rimaneva di un edificio complesso e antico perché erano evidenti sulle mura le tracce di archi acuti ormai scomparsi. Nel cielo lattiginoso volteggiavano grossi uccelli neri. La traiettoria straordinariamente veloce di uno di questi uccelli aveva attirato la sua attenzione. Questa folle picchiata contro la torre le fece trattenere il respiro e portare la mano destra alla bocca. All’improvviso l’animale, giunto a pochi centimetri dalle mura si raddrizzò e penetrò all’interno di una grossa breccia a mezz’altezza. Fu allora che comparve una donna. Era vecchia e vestita di nero, come l’altra che da un’apertura alla base, una porta forse, non avrebbe saputo dire, che interrompeva comunque, tra le erbe selvatiche, uno zoccolo di pietra chiara, forse travertino, e un’altra ancora, poi, quasi sotto la prima, ma leggermente alla sua sinistra, lì dove aveva notato la traccia dell’arco acuto, ma non la finestra alla quale quest’altra figura ora si affacciava e che aveva aperto le braccia e abbracciando l’intera torre lei aveva potuto vedere che le altre due l’avevano imitata, o forse preceduta, anche quello non avrebbe saputo dire, e insieme avevano cominciato a cantilenare Gramigna, dov’è la magagna? È lei la magagna! Migragna, dov’è la magagna? È lei la magagna! Grifagna, dov’è la maga… poi si era sentita toccare il braccio e aveva urlato.

–  Ehi, tutto bene?
– Mi hai fatto prendere uno spavento. Che sciocca che sono.
– Andiamo a vedere dentro?
– Dentro? Dentro cosa?
– Dentro il casale, no? – aveva risposto con la massima naturalezza, indicando un piccolo portico che dava accesso ad un’ampia costruzione su un solo livello, non tanto antica, che risaliva forse agli anni Cinquanta, con un corpo aggiunto più di recente, di lato, in mattoni che non erano stati intonacati, proprio lì accanto, a nemmeno dieci passi.
Lei aveva sentito il cuore battere forte. Le mani che gli aveva teso le mani le ricacciò nelle tasche della giacca per cercare le pillole per la pressione. Non c’erano, però aveva trovato il telefono. Stracciando gli ultimi brani di nebbia il disco bianco del sole aveva perso il suo contorno nitido e cominciò a far caldo.

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