DEI SEGNI – terza parte: HAIKU RUBATI COME I BACI

心遣い, sollecitudine, prendere cura

Barthes parla la società nella quale vive, e ok. Barthes parla anche quella nella quale non vive. Gli serve, lo afferma, ma è difficile sopportare che per lui “il viso giapponese è privo di una gerarchia morale” oppure effettacci come il cibo “crepuscolo della crudità”. Più che l’ingenuità dell’appena sbarcato Commodoro Perry, gli viene l’occhio liquido come ad un professore delle medie con la crisi di mezz’età in una classe femminile, gli viene meno l’impegno civile, le marce, le manganellate, ecc ecc. E’ un Giappone senza politica e monolitico nella tradizione.

Ma mediati da Barthes – che ne inserisce di Yosa Buson, Joso, Bashô, Shiki – mi propongo di scrivere degli haiku. I componimenti sono, come ogni espressione della mia spuria (non ne rispetto nemmeno la metrica) e volgare – ma non immaginate quanti ristoranti che propongono sushi si chiamano in questo modo – giapponesità, ispirati ad un unico elemento. Una donna, attorno alla quale ripercorro i tratti di una relazione. Questa donna E’ la mia giapponesità, ma E’ anche Trieste, per esempio. Non perché sia stato a Trieste con lei, come del resto non ho mai parlato con lei del Giappone. Eppure camminando per quelle strade io vedo la stessa persona che evoca quella distanza ormai incolmabile dall’accadimento – un incidente – che suggeriscono gli haiku. Si tratta semplicemente di una volontà personale, di una dedizione: tutto qui.

Isola ecologica

l’innamorato scarica inerti

provenienti dagli anelli di Saturno

***

Crepitio nel camino

il baro suadente

occulta tre tessere tra le lenzuola

***

Il giro dei due guardiani

in un verso e nell’opposto

a metà un bacio

***

Ritirare l’olio

appaiono cavalieri e grifi

duellanti in un armadio

***

Luna tra i merli delle stelle

il labrador si scuote

attende il nuovo lancio

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Writing about all the things moving-running-sliding-sailing-flying-better-without-a-sound
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