FILIPPO TOMMASO MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

MARINETTI ALCOVA D'ACCIAIO

Di sguincio, un russoliano intonarumori-ronzatore spizza la lettura dell’alcova marinettiana

Se un decennio di amplessi e di zang zang tumb tumb poteva far ta-ta-ta-ta-tartagliare la sua erotìa e la sua onomatopea, ne L’Alcòva d’acciaio (1921) Filippo Tommaso ci delizia ancora con inaspettate immagini ed effettacci: per dirla alla Gadda, Sua Eccelenza insomma continua a simultanare con gran mestiere.

Nemmeno ORLAN avrebbe potuto proporre la liposuzione che risana gli oltraggi del corpo Italia post Caporetto:

Le nostre ruote ora premono come pollici veloci sulla sua pelle ancora un po’ insensibilizzata da un anno di nefasta cocaina. Il massaggio fu in primo tempo feroce. A cannonate, sì, a cannonate praticammo nella palpebra destra istriana il taglio d’una piega sovrabbondante di tessuto, poi ricucimmo i margini della ferita con punti fitti e sottilissimi di spie.

E poi:

Tramuteremo il mento, un po’ molle, in mento pronunciato, volitivo, audace. (1)

E sul mento volitivo, nel giro di pochi anni, è noto che ci riuscirono anche troppo bene, a questo intervento arrise il migliore dei successi. E chi, soli, potranno allontanare il fetore del putrescente nemico arreso che sfila in colonna strusciando lo blindata se non i Venti d’Italia? Insieme a quelli più normalmente nazionali, ecco il Simun che da Tripoli compie un largo giro – Egitto, Asia – per portare ai soldati vittoriosi i profumi degni delle delizie delle notti di Allah…

Come sottrarsi all’efficace suggestione della soggettiva del COLOMBO PAGIOLIN che – inquadrato dalla go-pro cardiaca del Futurista – decolla da Stazione per la Carnia per annunciare la vittoria ai Comandi di Abano, non prima però di aver guidato fuori dalla tempesta un aeroplano danneggiato e disperso?

Non deve esistere un catalogo ben definito di ciò che sarebbe passatista, il colombogramma dunque non lo è, il sottomarino chissà perché sì, poi ci si può anche prestare a qualche cedimento da chiaro di luna al suono delle campane finalmente dissotterrate.

Passatisti, passatisti e passatisti! La cavalleria – a malincuore – è passatista, i Bosniaci sconfitti con i loro vecchi dizionari della gloria austriaca sono passatisti: di peggio ci sarebbero solo i mariti italiani – becchi, germanofili ed imboscati – di un bel po’ di “coricabili”(2) che Filippo Tommaso si fa tra una corsa di autoblindata 74 e l’altra, oppure nelle licenze dei salotti cittadini.

OCCHIALI PARASCHEGGE

Ho la sensazione di essere in un enorme tamburo sudanese martellato da un magdi che chiami a raccolta cento tribù per una guerra sacra. Ghiandusso mi porge gli occhiali d’acciaio paraschegge. Ma io li do a Menghini. Preferisco comandare cogli occhi nudi nel grande occhio orizzontale della blindata.(3) [Occhiali paraschegge appartenuti ad uno dei Gadda e conservati all’Archivio Bonsanti di Firenze, foto Enrico Buonincontro commissionata per il volume Il tenente pilota Enrico Gadda]

Tutto è roteante o rotolante: se la faccenda si fa un attimo pigra, contemplativa, al limite, spiralico. Seguiamo così Filippo Tommaso nell’offensiva definitiva, dal Piave al Tagliamento. Filippo Tommaso che mi libera Tolmezzo e poi anche Amaro, 14 uomini contro 4000, 6 mitragliatrici contro 50: gli piace sbeffeggiare in francese gli ufficiali nemici alla resa, fino a catturare un intero Corpo d’Armata. Il primo di tutti ‘sti arditi, ufficiali, bersaglieri ciclisti e fanti – ma pure il colombo Pagiolin! – che vanno all’assalto pensando all’amata – Pagiolin di Vluuruuuum! – , sempre allegri, sempre festosi, sempre geniali (4).

FILIPPO TOMMASO MARINETTI – L’Alcòva d’acciaio, Vallecchi, Firenze 2004.

(1) p. 263.

(2) L’elegante distinzione marinettiana della donna è tra coricabilissima, coricabile e traversabile “quando si ha molto freddo e molta noia nei nervi”, ibidem p. 125.

(3) p. 269.

(4) “Ricordatevi che in questa guerra ogni pattuglia italiana aveva almeno uno scopritore di terre, un meccanico inventore, un poeta e un padre affettuoso.”, p. 335.

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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ENRICO AZZINI – RECENSIONI 2009 – 2017

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

GADDA & LETTERATURA ITALIANA

C. E. GADDA – LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

C. E. GADDA – LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

C. E. GADDA – PER FAVORE MI LASCI NELL’OMBRA

A. LIBERATI – IL ‘MIO’ GADDA: PADRI, MADRI, ZIE – E UNA E.

F. T. MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

F. ROSA – GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI

V. ZEICHEN – POESIE 1963 – 2014

LETTERATURA & CULTURA AMERICANA & NEW JOURNALISM

NEAL CASSADY – I VAGABONDI

JOAN DIDION – PRENDILA COSI’

JOAN DIDION – WE TELL OURSELVES STORIES IN ORDER TO LIVE

STANLEY ELKIN – IL SANGUE DEGLI ASHENDEN/CONDOMINIO

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS

TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

TOM WOLFE – MALEDETTI ARCHITETTI

TOM WOLFE – RADICAL CHIC

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

CLASSICI DI LETTERATURA AERONAUTICA

TOM CLANCY – STORMO DA CACCIA

AMELIA EARHART – FELICE DI VOLARE

WILLIAM FAULKNER – OGGI SI VOLA

ANDRE’ MALRAUX – LA SPERANZA

TOM WOLFE – LA STOFFA GIUSTA

MICHAEL WOOD – GO AN EXTRA MILE

CONTEMPORANEI DI STORIA AERONAUTICA

ANTONIO CASTELLANI – MAYDAY: ALLARME NEI CIELI

GIUSEPPE D’AVANZO – ALITALIA: ASCESA E DECLINO

FRANCESCO GRECO – LA FIONDA DI DAVID

ALFREDO STINELLIS – STORIA DI UN AEROPORTO: DA ROMA LITTORIO A R. URBE

QUANDO VERRA' LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD - SAID SAYRAFIEZADEH

LETTERATURA DI SCIVOLAMENTO [REALE E APPARENTE]

NICK HORNBY – TUTTO PER UNA RAGAZZA

FLAVIO PINTARELLI – STUPIDI GIOCATTOLI DI LEGNO

SAID SAYRAFIEZADEH – QUANDO VERRA’ LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD

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ATTILIA ARCHI – UNA PROTAGONISTA DELLA LIRICA ITALIANA: DAL RIGOLETTO AI CARMINA BURANA

ATTILIA ARCHI 08

Per voce e personalità Attilia Archi è stata un’apprezzata protagonista della lirica tra il 1930 e la Seconda Guerra Mondiale. Nacque a Milano il 26 giugno 1903 ma la sua vita è stata legata soprattutto a Firenze. Questo elemento – oltre al naturale vezzo di apparire più giovane di qualche anno – ha instaurato la convinzione che fosse nata a Firenze nel 1906. In questa città e quindi a Milano con Rosina Storchio studiò musica, studi ai quali seguì, nel ’29, il primo concerto al fianco di Benvenuto Franci al Politeama del capoluogo toscano. Soprano, nel volgere di un decennio girò i più importanti teatri italiani coprendo tutto il vasto repertorio operistico dedicato al suo ruolo. Debuttò con il Rigoletto di Verdi a Lucca nel maggio del 1930, aggiungendo presto le altre opere del compositore di Busseto e degli altri Italiani. Tra le opere di artisti stranieri cantò nel Guarany di Gomes, nel Don Giovanni di Mozart e in due opéra-comique francesi, Fra Diavolo di Auber e Carmen di Bizet, del quale aveva già interpretato Leila ne I pescatori di perle. L’inizio dell’attività internazionale fu di poco successiva. Cominciò nei Paesi Bassi, dove fu molto presente sia in scena che in trasmissioni radiofoniche. Lavorò poi in Spagna, Francia, Tunisia, in Svizzera e al Miramare di Tripoli con la Compagnia del Reale di Malta. Alla fine dello stesso anno cominciò l’impegno con i Carri di Tespi, la complessa carovana che il Regime aveva progettato per diffondere la cultura e portare il teatro in tutte le piazza d’Italia.

ATTILIA ARCHI 04

Il vertice della carriera lo raggiunse nel 1935-1936. A Genova interpretò Egloge in Nerone di Mascagni, una delle opere più rappresentative del Ventennio1, e tornò al Rigoletto, ma finalmente alla Scala, diretto da Giuseppe Antonicelli2. La sua figura professionale fu poi sempre più legata a quella di Gino Marinuzzi3, con quale aveva già lavorato per I Puritani allestiti al Massimo di Catania per la commemorazione del centenario belliniano. Il Maestro siciliano la diresse in diverse prime italiane di opere tedesche: prima ne La donna Silenziosa di Richard Strauss e poi in quello che fu il debutto italiano di una cantata destinata a diventare uno dei più popolari capolavori del Novecento, i Carmina Burana. La cantata scenica venne eseguita il 10 ottobre 1942 e il soprano era sul palco della Scala insieme ad Afro Poli ed Agostino Casavecchi. Dal 1943 le vicende belliche arrestarono quasi completamente l’attività lirica. Dopo la conclusione del conflitto Attilia Archi fece ancora qualche apparizione fino alla prima metà degli anni Cinquanta. Visse poi a Roma e Firenze prima di spegnersi la vigilia del Ferragosto 1991.

ATTILIA ARCHI 06

Attilia Archi was born on 26 June 1903 in Milan. She spent her first years in Florence (hence the belief she was born here in 1906) where she studied music before her debut in 1929. She started her operatic career in 1930 playing Gilda in Rigoletto, a role that will be a costant presence in her life. In few years Attilia Archi travelled around all Italy, performing the soprano role in the whole classical repertoire, from Rosina in Rossini’s Barbiere to Norina in Donizetti’s Don Pasquale, from Oscar in Verdi’s Ballo in maschera to Leila in Bizet’s I pescatori di perle. At the end of 1935 she reached the climax of her career: she played Egloge in Mascagni’s Nerone; few months and in the February of 1936 the demanding public of La Scala could see her in Rigoletto directed by Giuseppe Antonicelli. Maestro Marinuzzi then directed her in the Italian premiére of two German works: Richard Strauss’ Donna Silenziosa (1936) and then Orff’s masterpiece Carmina Burana (1942). After the Second World War she came back to the scenes until the first Fifties. She passed away in Rome in 1991.

1Fiamma Nicolodi, Musica e musicisti nel Ventennio fascista, Discanto Edizioni, Fiesole 1984, p. 56.

2Giuseppe Antonicelli fu poi, dal 1948 al 1950, Direttore al Metropolitan Opera House di New York.

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AFFETTO E LETTERE DI CARLO EMILIO GADDA ANCHE SENZA LETTERE DI CARLO EMILIO GADDA

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

Carlo Emilio Gadda è un piacere anche se non c’è: tra coloro che lo stimano e che intrattennero rapporti di vario tipo ci sono persone tra le più brillanti e acute del Novecento.

Scrive per esempio Giuseppe Pontiggia nell’introduzione a Lettere a una Gentile Signora:

Le tre componenti – illeggiadrimento di una barbaricità longobarda, rimozione dell’insofferenza e disponibilità intermittente – convergono nella gentilezza di Gadda. l’imperativo economico del massimo risultato con il minimo sforzo gli addita i luoghi comuni della devozione verbale e della semplificazione conciliante. Questo repertorio di profferte e di scuse, di rendimenti di grazie e di promesse aleatorie è un inventario di buone maniere che Gadda rispetta sulla pagina, perché così può eluderle nella realtà. Come tutti i grandi roditori del mondo borghese, se ne nutre mentre continua a scavarlo e cerca di non essere coinvolto nei cedimenti che provoca. Il conformismo maniacale che si scopre nella esistenza degli eversori e che delude le anime pie della rivoluzione non è soltanto eredità inevitabile di quell’educazione contro cui lottiamo – almeno nei casi migliori – tutta la vita: ma cela anche l’aspirazione legittima a risparmiare le energie per una gerarchia di scopi, a lavorare in pace alla guerra.(1)

Pezzo che rivela, oltre alla nitida chiarezza, una qualche nostalgia di quando le parole esprimevano un concetto ragionevolmente univoco, di quando gli autori indossavano completo e cravatta, di quando esistevano le Collane e le Riviste, di quando si poteva reclamare per sé un incondizionato impegno civile, di quando NON si cercava l’attenzione dei media (allora sinonimo di cose a stampa), di quando si potevano ostinatamente vantare fallimenti e debolezze, non sempre, per onestà intellettuale, ascrivibili all’ambienza:

Vivacchiamo così tra noie ed espedienti, respingendo la verità e la necessità. Perché? Non sono forse passati degli anni senza una pagina? Perché andavo ad ogni inezia, a pagar la tassa, a ordinare il vestito, a far risuolare le scarpe, trascurando il ‘compito’, l’unico e il più gradito? Se anche angoscioso. Ho vergogna di me. Il tempo si è dissolto.(2)

E siamo solo al 27 giugno 1938…

Ma è come se la solidarietà letteraria richiedesse una maggior dignità di quella amicale, tanto che la geremiade delle sue patologie – almeno fino al ’50 – si snocciola con la Rodocanachi e il compagno di guerra e di prigionia Bonaventura Tecchi (3) ma meno con Contini.

GADDA A UN AMICO FRATERNO

Le lettere sono rivelatrici di un profondo e sincero e divertito affetto per la sua persona tutta, anche per le sue stravaganze (4) e appaiono lontane dall’approccio banale o addirittura spregiudicato che invece si manifesta in alcune delle interviste citate in Per favore, mi lasci nell’ombra (5). Come se avessero travalicato quel limite di capacità di cui lo stesso Gadda parlava a Contini

Sono stato invitato, con Bonsanti, al <<Giornale d’Italia>>: ma ancora non ho inviato nulla: mi trovo (massimo 1 colonna!) nelle condizioni di un cavallo che fosse invitato a far pipì in un bicchierino da liquore. (6)

per un ulteriore e doloso spacciarlo per il cognac dell’Imperatore.

GADDA LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

(1) Lettere a una Gentile Signora, Adelphi, Milano 1983, p. 14.

(2) Ibidem, p. 76.

(3) A un amico fraterno, Garzanti, Milano 1984.

(4) Vedi per esempio l’esilarante e contagiosa faccenda della camicia romana narrata da Roberto Bazlen, Lettere a una Gentile Signora, p. 28.

(5) Per favore, mi lasci nell’ombra, Adelphi, Milano, 1993; vedi le interviste, entrambe a firma di Giuseppe Grieco, pubblicate su Grazia (6 novembre 1960, nota a p. 260, con legittime accuse di violenza confidate al cugino Gadda Conti) e Gente (14 maggio 1969, n. p. 277). Degli intervistatori nella raccolta (tra i quali troviamo anche Moravia, Maraini e Arbasino che va per i fatti suoi) manifestano la maggior comprensione e simpatia Andrea Barbato (L’Espresso) e Cesare Garboli (La Fiera letteraria).

(6) Lettere a Gianfranco Contini, Garzanti, Milano 1988, p. 49.

Oltre alla biografia del fratello bello, spensierato e aviatore, Enrico Azzini ha già pubblicato intorno a Gadda COLLOQUIO TRA UN ALTO UFFICIALE DELL’AERONAUTICA E IL FRATELLO SCRITTORE.

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TOM WOLFE – RADICAL CHIC

TOM WOLFE - RADICAL CHIC

E finalmente ci siamo levati lo sfizio di sapere cosa è RADICAL CHIC. No, perché non vorrei che uno facesse la fine di quello che infila qua e là l’espressione NON LUOGO a sproposito, senza mai aver letto Augé. Il pezzo è stata pubblicato nel ’70 e francamente è piuttosto noioso. Da una parte c’è un Tom Wolfe che con acquisita maturità si astiene da continuare a fare il regazzino com’era accaduto con le opere precedenti molto a macuba. Dall’altra parte c’è un Tom Wolfe che mi muove a disagio nella CLASSE alla quale appartiene: fornendoci tuttavia elementi interessanti per definire la dinamica radical chic. C’è un costante movimento di Vecchia Società e Nuova Società che scuote la giovane Nazione Americana e che ha la sua ragion di esistere nell’essere antiborghese: un obiettivo che si persegue in due modi: facendo gli aristocratici o assumendo modi di Sinistra per scalzare la rispettabile decenza borghese. Il piede di porco che capita, capita: nel volgere di pochi mesi (siamo nella seconda metà del 1969) la Bella Gente conosce i raccoglitori di uva californiani (i primi) e poi una cascatella di Indiani, Amici della Terra, ecc ecc. Finché non si arriva ai Black Panther nell’appartamento di Leonard Bernstein, il compositore, con tutta la faccenda che ne segue, una faccenda sostanzialmente legata alla stampa (a occhio, per darci un taglio, alla faccenda). Esiste comunque un elemento assolutamente radicale: al contrario di altre iniziative dedicate al progresso sociale e civile questi contributi NON SONO FISCALMENTE DETRAIBILI.

Ma a spartire le pagine di Radical Chic troviamo un pezzo ben più interessante, dove Wolfe si muove a maggior agio e che basterebbe il titolo. Anzi, uno dovrebbe leggere il titolo, vedere cosa gli viene in mente per un paio di giorni e poi leggere il pezzo se gli va. Si tratta di MAU-MAUIZZANDO I PARAPALLE, in inglese Mau-Mauing the Flak Catchers. Dall’Upper East Side di NY ci spostiamo in una San Francisco che dispone di fondi consistenti per migliorare il tenore di vita dei ghetti, in genere non caucasici. Come distribuirli questi contributi del kennedyano “programma povertà”? Ci si presenta in gruppetto con la camminata ciondolante davanti al Burocrate Bianco come portatori di qualche pseudorappresentanza del quartiere che il Burocrate Bianco vuole redimere e si maumauizza, teatrando un filo intimidatori e ottenendo – che so? – le sovvenzioni per tot inutili lavori estivi. Il Burocrate Bianco dopo la strizza – suscitata non solo dalla camminata ciondolante circondante virile superiore Willie the Pimp Nero ma a volte e in particolar modo dal tipico bastone scolpito samoano, sono queste le schegge di contraerea che il funzionario deve parare al Sindaco – si sente sollevato, crede di aver trovato un leader di riferimento, finché non ne spuntano altre mille per maumauizzare e ottenere altri fondi.

Chi è insomma Tom Wolfe? E qual è la sua funzione? E’ altro oppure è solo un autore rappresentativo del Sistema che sotto sotto insinua che non ci si deve mischiare con l’Altro per mantenere inalterato lo stesso Eterno Sistema? E’ proprio vero che è inutile cercare di rendersi ridicoli cercando di capire cose che non sono tue? Che insomma non puoi essere con la gente se non è la tua gente? Ma che sappia impareggiabilmente scrivere basta?

TOM WOLFE (traduzione di Tiziana Lo Porto) – RADICAL CHIC – Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto – Castelvecchi, Roma 2005

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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TOM WOLFE & JON DIDION & NEAL CASSADY – TUTTE LE RECENSIONI

TOM WOLFE RECENSIONI

L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

– MALEDETTI ARCHITETTI

LA STOFFA GIUSTA

RADICAL CHIC

Inoltre, sul più o meno stesso colore:

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

JOAN DIDION

NEAL CASSADY INTERNATIONAL KB2 CADDY ENGINE

NEAL CASSADY

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TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

Making copies is AGAINST THE LA-UU. Peccato che attorno al 2000 edizioni disponibili non ce n’erano. Queste fotocopie provengono dall’esemplare che copia di legge ammuffiva alla BNC

Il mondo hip, la grande maggioranza delle teste acide, ancora recitavano l’eterna commedia degli intellettuali borghesi – Guardate le mie ali! Libertà! Volo! – ma non v’aspetterete certamente che mi butti in quel fosso, no?

Tom Wolfe conosce tutto il gioco borghese, quel gioco borghese che ha sempre caratterizzato la cultura, in genere e quella italiana in particolare. Non stupisce quindi che tutto Qui sia stato molto marginalizzato, i Merry Prankster che facevano le cose sul serio e Tom Wolfe che descrive come questi che facevano sul serio erano un po’ diversi da quelli che pivanescamente venivano accettati dal sentimentale militante che la piscina non è che non la voleva, è che non poteva permettersela (cfr. la fantasia ricorrente di Reagan di spiegare a Gorbachev che tutte quelle piscine che vedeva lì sotto, mentre erano in volo sulla periferia, erano proprietà della classe lavoratrice). Già la prima Nazione rivoluzionaria (1776, mi pare) ma impenitentemente attaccata al capitale è abbastanza complessa, ora sarebbe proprio controproducente illustrarla per sfumature e non per monolito, no? Lasciamo perdere.

Insomma, a Tom Wolfe non lo frega nessuno. Che a questo picchiotto col cravattino riesca di entrare in un paio di anni del più fracico e incasinato non-movimento degli anni Sessanta sembra proprio straordinario. Il che dimostra che quando un tipo è sveglio, sa ascoltare e controlla la parola, allora dà veramente l’impressione di essere dentro SEMPRE. C’è assoluta verità? Boh, ma il suo mettersi nei panni degli altri è lucido e credibile, e questo ad un lettore gli deve bastare e avanzare. In tutta la faccenda ci mette la sua bella mano Attilio Veraldi, mai stonato con quel testo da tradurre pieno zeppo di GENIO GESTA GERGO DROGA (è la copertina che lo dice, come un giornaletto anni ’70 urla RITUALI SEGRETI SESSO RIVELAZIONI SOTTO IPNOSI). In certi casi, tra i due, si arriva addirittura alla prosa d’arte:

en scapata rompifianchi scassatesta pisciafuoco cagasangue fottuta masse

oppure nella cronaca – cronaca? – dell’Acid Test a Muir Beach, quello nel quale strafatto Owsley SOPRAVVIVE ad un trascurabile incidente automobilistico nel parcheggio.

MOSS LANDING

A pochi chilometri da La Honda l’autore di questa recensione FA LA SUA COSA SULLA TAVOLA davanti ad una casa che FA LA SUA COSA NELLA CALIFORNIA EX-PSICHEDELICA

Trama: un oregoniano con un caseificio a Springfield sbarca il lunario provando a pagamento droghe di sintesi, scrive un libro che si conclude con un blocco rubinetti che spalanca verso la libertà e che ha molto successo, prende l’autobus che lo guida uno che era stato conteso dalla generazione precedente che però – a lui – doveva risultare piuttosto noiosa,

e ricordate sempre che

la vita è come intonacare soffitto al Messico.

Ken Kesey colleziona alcune condanne per detenzione di marijuana – perché LSD non era ancora illegale causa Narcotici che non sapeva che pesci pigliare – e deve abbandonare o America piena di grazia o California piena di grazia nelle quali pulsava e lo faceva fare a gente sia della VITA VERA (come gli Hell’s Angels e altri senzalegge e senzapare) che agli intellettualoidi artistoidi borghesi (mica tutti Ginsberg, no?) e tutto pulsando in diversi modi che sono lo stanziale (soprattutto La Honda e San Francisco) e il mobile con l’International Harvester del ’39 spruzzato da quale – puntando i flauti sulla gente – si suona la gente. Ovviamente la gente tende a resistere al farsi suonare e anche gli altri che erano nel giro psichedelico di fronte alla caciara vita vera dei Merry Prankster rimangono così così oppure completamente perplessi, come per esempio Tim Leary della Lega per la Scoperta Spirituale e tutte le pure fantasie orientali Buddha (oggi Bar) senza rock dei Grateful Dead e le Buick Electra V-eight. Quindi Kesey fugge in Messico, ma realizza che prendere pasticche è sempre lo stesso viaggio: che la fase va superata e questo non è un proposito condiviso, soprattutto da quelli che ormai si erano bruciati a/per Haighth-Ashbury: così viene boicottato da chi dirigeva l’affare degli acid test, viene dato per infame come basso delatore da carcere e sparisce in cavalleria mentre il tipo – Neal Cassady – che in finale E’ LA LETTERATURA AMERICANA del ribellismo postbellico poco dopo (4 febbraio 1968) muore a San Miguel de Allende. Tant’è.

Oggi potete trovare ELECTRIC KOOL-AID ACID TEST (traduzione di Stefano Mazzurana) presso Mondadori, EURO 12,00

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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JOAN DIDION – Prendila così e altre cose

JOAN DIDION PLAY IT AS IT LAYS 01

Joan Didion non è molto più alta di 47.8″ ma sicuramente molto più potente del 350 c.i. small block 

A 44 anni di distanza dalla prima pubblicazione e a 36 dalla prima edizione italiana (Bompiani) Play it as it lays è tornato sul mercato italiano, con il Saggiatore Prendila così. Non richiama i sentimenti che fanno vendere come L’anno del pensiero magico – la morte in rapida successione di una figlia e di un marito e in realtà non riesce nemmeno a tenere il ritmo più coerente di Diglielo da parte mia. Perché?

Ci si potrebbe trovare di fronte o ad un limite dell’autore (col respiro troppo corto per il romanzo) oppure ad un limite dell’oggetto: però se anche Il giorno della locusta procedeva spastico e rarefatto si potrebbe definitivamente intuire che il mondo degli studios di Hollywood viva di una vita incomprensibile per chi ne è al di fuori. E questo discorso si potrebbe estendere all’intera California che, per quanto filtrata dalla fredda ipersensibilità di Didion, è sempre ad un passo dalla catastrofe del terremoto o di un’apocalisse fiammeggiante scatenata dal Santa Ana.

Si tratta comunque della questione del taglio che gli vuoi dare: come narrativa puoi avere qualcosa da recriminare oppure essere completamente appagato dalla cronaca più equilibrata e luminosa – i pezzi più sciolti e lucidi sono quelli di argomento giudiziario – nella quale si distingue netta la forma mentale e la cultura di Didion; in finale come guida della California però forse non puoi trovare di meglio.

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 01

Se la protagonista di Prendila così guida spesso, spesso finisce nel deserto. Esistono film del deserto – quelli del Jack Arnold di Destinazione… terra e di Tarantola, per dire – ed esiste musica del deserto e poi si finisce nel deserto, senza che di solito ne venga fuori qualcosa di buono per la testa

Tanto minuta da essere invisibile – per dare un’idea, la Corvette che rappresenta l’appendice meccanica alternativa alla macchina per scrivere sembra essere gigantesca come un Mack truck – Joan Didion ascolta molto e attraversa attivamente oltre mezzo secolo di storia americana e quando si dice americana potete intendere anche tutto il continente. Ha dedicato infatti molta attenzione alle vicende dei Paesi della sfera d’influenza diretta, sia come giornalista che come narratrice, con quel Diglielo da parte mia che per certi versi anticipa – sulla scia emotiva della vicenda di Patricia Hearst – alcuni tratti di Pastorale Americana. Ma si concentra sulla California:

per esempio su una San Francisco che ci fu raccontato fu fiori nei capelli ed estate dell’amore e invece si andava coprendo dei corpi accatastati (piled up in mounds…) delle vittime dell’acido e delle ragazze stuprate. E quando manca una rappresentanza politica – come accade a questi adolescenti spacciati – manca quella teatralità convenzionale, allegra e artificiosa, il gioco delle parti tra una struttura organizzata e l’establishment che affiora negli articoli sui Black Panther o sui disordini al SF State College contenuti in The White Album. Ma cos’era veramente Haight Ashbury nel ’67? Didion cita un ciclostilato di Chester Anderson, uno dei protagonisti di quel lungo periodo con la Communication Company:

Mind and bodies are being maimed as we watch, a scale model of Vietnam.[neretto mio];(1)

oppure sulla chiassosa eppure perfettamente realistica villa museo di J. Paul Getty – chiassosa eppure perfettamente realistica perché appare NUOVA come l’avrebbe desiderata il greco o il romano antico e che quindi ci allontana non solo da una nostra generica illusione di un’antichità tagliata sulla misura e sulla discrezione piuttosto che sulla deriva da Strip in Vegas, ma anche da profondi sensi di colpa:

The sight of a Greek head depresses many people, strikes an unliberated chord, reminds them of books in their grandmother’s parlor and all of they were supposed to learn and never did.(2)

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

pieno deserto, ruotenelvento alla cisterna Didion, scoperta solo grazie al saggio Republic of drivers di Cotten Seiler: i new journalist sono sempre stati abbastanza sulle balle alla matrice della cultura italiana, al contrario di Jim Morrison, Hem, Tipper Gore, Kerouac, Clint Eastwood, Palahniuk ecc ecc,  qui pigramente accettati come progressisti ma strapieni di sfumature reazionarie

L’estate dell’amore ha portato alla deflagrazione, alla consapevolezza – pochi di quelli attenti ne rimasero stupiti – che le cose stavano maturando per Cielo Alto e l’ultimo spartiacque, il massacro di Sharon Tate e amici. L’uomo è marcio dentro, altro che estate dell’amore e azione sociale, Didion se ne tira fuori:

We were that generation called “silent”, but we were silent neither, as some thought, because we shared the period’s official optimism nor, as others thought, because we feared its official repression. We were silent because the exhilaration of social action seemed to many of us just one more way of escaping per personal, of masking for a while that dread of the meaningless which was man’s fate. (3)

Il brano introduce lo scetticismo di Joan Didion: il frequente riconoscimento di due termini possibili e legittimi, e che l’autrice spesso scavalca in un’affermazione di una terza posizione, la sua. Il might or might not indica la casualità, la vita normalmente senza senso, l’assenza di una consecuzione e di un assioma, ma un altro passo – che individua i motivi per i quali un affamato Howard Hughes stesse acquistando grandi proprietà a Las Vegas – ripete questa costante del terzo termine:

[…] the secret point of money and power in America is neither the things that money can buy nor power for power’s sake […], but absolute personal freedom, mobility, privacy. It is the instinct which drove America to the Pacific, all through the nineteenth century, the desire to be able to find a restaurant open in case you want a sandwich, to be a free agent, live by one’s rules.(4)

Fatto sta che quando una Nazione gode di facile accesso a denaro, droghe, psicofarmaci e motori V8 è evidente che per gli altri non può rimanere nulla di originale, in modo per nulla diverso dalla devastata ricchezza di chi – come Francia e Gran Bretagna – ha vissuto una rivoluzione sociale, politica e religiosa (doloroso privilegio a noi non concesso).

Benché non consigliata da leggere in periodi di scarsa empatia, Didion è un’autrice che merita tutto il mio rispetto perché chiama gli aeroplani per nome, fossero anche solo le carcasse di Fairchild F227. E si spinge anche oltre, con una passione per l’acqua che scorre all’aperto dalle grandi dighe lungo il complesso sistema del California Aqueduct e con un improvviso, violentissimo desiderio di aprire un centro commerciale.

(1) J. Didion, We tell ourselves stories in order to live: collected nonfiction, Everyman’s Library, NY 2006, p. 78.

(2) Ibidem, p. 233.

(3) Ibidem, p. 330.

(4) Ibidem, p. 59.

JOAN DIDION – We tell ourselves stories in order to live: collected nonfiction, Everyman’s Library, NY 2006 

JOAN DIDION (traduzione di Adriana Dell’Orto) – Prendila così, Il Saggiatore, Milano 2014

JOAN DIDION (traduzione di Adriana Dell’Orto) – Diglielo da parte mia, e/o, Roma 2013

Enrico Azzini per ruotenelventonetwork

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RICERCHE STORICHE – CONSULENZE & TRADUZIONI TECNICHE

LETTERE FAMILIARI E STORIA

Un pacco di vecchie lettere, cartoline e telegrammi: una foto. Solo professionalità e intuito possono tradurre dei documenti vivi ma confusi nella Storia

Hai bisogno di un professionista nel campo delle RICERCHE STORICHE? Hai trovato delle lettere di un familiare e vuoi ordinarle? Vuoi metterle in relazione con la Storia?

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Enrico Azzini è laureato in Storia Contemporanea, ha lavorato negli anni Novanta come inviato di Autosprint e Rallysprint ed è autore di 4 opere pubblicate dal 2009 ad oggi. Tra queste la storia delle competizioni automobilistiche in Italia durante il Fascismo e la biografia del tenente pilota Enrico Gadda, entrambe frutto di ricerche su documenti inediti provenienti da archivi istituzionali o familiari. Oltre alle pubblicazioni c’è il supporto  ed il successo di un network di blog e di un canale Youtube (con oltre 100 video e 100.000 visite) che sono diventati dei punti di riferimento irrinunciabili per quel che riguarda gli sport di scivolamento in Italia.

Per informazioni e contatti: enrico(chiocciola)ruotenelvento.it

 

 

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