ENRICO AZZINI – RECENSIONI 2009 – 2018

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

GADDA & LETTERATURA ITALIANA

C. E. GADDA – LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

C. E. GADDA – LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

C. E. GADDA – PER FAVORE MI LASCI NELL’OMBRA

A. LIBERATI – IL ‘MIO’ GADDA: PADRI, MADRI, ZIE – E UNA E.

F. T. MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

F. ROSA – GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI

V. ZEICHEN – POESIE 1963 – 2014

LETTERATURA & CULTURA AMERICANA & NEW JOURNALISM

NEAL CASSADY – I VAGABONDI

JOAN DIDION – PRENDILA COSI’

JOAN DIDION – WE TELL OURSELVES STORIES IN ORDER TO LIVE

STANLEY ELKIN – IL SANGUE DEGLI ASHENDEN/CONDOMINIO

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS

TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

TOM WOLFE – MALEDETTI ARCHITETTI

TOM WOLFE – RADICAL CHIC

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

CLASSICI DI LETTERATURA AERONAUTICA

TOM CLANCY – STORMO DA CACCIA

AMELIA EARHART – FELICE DI VOLARE

WILLIAM FAULKNER – OGGI SI VOLA

ANDRE’ MALRAUX – LA SPERANZA

ANTOINE DE SAINT’EXUPERY – PILOTA DI GUERRA

TOM WOLFE – LA STOFFA GIUSTA

MICHAEL WOOD – GO AN EXTRA MILE

CONTEMPORANEI DI STORIA AERONAUTICA

ANTONIO CASTELLANI – MAYDAY: ALLARME NEI CIELI

GIUSEPPE D’AVANZO – ALITALIA: ASCESA E DECLINO

FRANCESCO GRECO – LA FIONDA DI DAVID

ALFREDO STINELLIS – STORIA DI UN AEROPORTO: DA ROMA LITTORIO A R. URBE

QUANDO VERRA' LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD - SAID SAYRAFIEZADEH

LETTERATURA DI SCIVOLAMENTO [REALE E APPARENTE]

NICK HORNBY – TUTTO PER UNA RAGAZZA

FLAVIO PINTARELLI – STUPIDI GIOCATTOLI DI LEGNO

SAID SAYRAFIEZADEH – QUANDO VERRA’ LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD

Annunci
Pubblicato in automobility, carlo emilio gadda, cotten seiler, futurismo, international 3/4 ton, joan didion, ken kesey, letteratura americana, lucia rodocanachi, luigi russolo, maledetti architetti, neal cassady, stanley elkin, tom wolfe, valentino zeichen | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

ALFA ROMEO GIULIA 1600 GTA 4H SEBRING WINNER – TAMIYA 1/10 M-06 FOR SALE

Built OOB, run only few times, M-06 chassis with rear body mount strut conversion and shorter drive shaft to fit on a MF-01X 4 WD chassis. As she raced in ’66 Sebring 4H with #36 Jochen Rindt – who won – at the wheel.

Pubblicato in '66 4 hours sebring, alfa romeo, giulia gt veloce, jochen rindt, tamiya mf-01x | Contrassegnato | Lascia un commento

TAMIYA RC – ALFA ROMEO GIULIA GTA 4 WD – MF-1X CHASSIS

To be really honest I didn’t appreciate the engineering of the MF-1X that much. The trickiest part is the assembly of the rear gearbox.

Those tiny squares of rubber in the engine well make pretty difficult to align the two shells. The replacement of the steering servo, squeezed in the front gearbox, looks a real pain. I’m a frugal guy but there’re piles of gears to grease, the two small tubes you find in the kit are not enough. Back to the rear gearbox, a little window should help adjusting the gap between the engine end the diff gears. The engine gear is too far from the outside to understand how it matches to the diff one, especially when everything down there is greased.

As usual the chassis can be built in 3 sizes. The Beetle Rally is a L (239 mm) body whilst the Giulia drops on a M (225 mm) [in the real world the VW wheelbase was actually 50 mm longer than the Alfa’s].

To fit the body you can use the standard mounts and drill more holes or build a new strut. This was made of birch plywood, wood and spare mounts.

If you can do by yourself to fit the body on the chassis, you definitely need a shaft shorter than the 203 mm one included in the Beetle Rally box. The right one for the M lenght is 188 mm, catalogue part no. 54672, aluminium made.

Pubblicato in alfa romeo, giulia gta, giulia integrale, tamiya mf-01x | Contrassegnato | Lascia un commento

TAMIYA RC 1/10 M06 – ALFA ROMEO GIULIA 2000 GT VELOCE – PIER PAOLO PASOLINI LIMITED EDITION

Tra le anteprime presenti allo Shizuoka Hobby Show 2018 una delle più interessanti è  stata sicuramente l’edizione speciale dell’Alfa Romeo Giulia 2000 GT Veloce 1/10 con la quale Tamiya celebra il pilota italiano Pier Paolo Pasolini. Lo chassis è ovviamente il supercollaudato M06 con motore a sbalzo posteriore, trazione su questo asse e sospensioni indipendenti. Pasolini morì in seguito ad un’uscita di strada durante le prove delle 24 Ore di Ostia sull’Autodromo dell’Idroscalo il 2 novembre 1975. Il tragico incidente avvenne proprio alla vigilia dei test di Imola che avrebbero deciso la formazione del team ufficiale Alfa Romeo e il pilota bolognese era tra i più seri candidati a guidare la 33 TT12 e la nuova SC nel Campionato Mondiale Prototipi della stagione successiva.

Appassionato di sport pericolosi e velocità anche al di fuori di un’auto da corsa, Pier Paolo Pasolini praticò anche lo skate, spesso a piedi nudi sui terrazzi di Roma, la città nella quale si era trasferito negli anni Cinquanta e che aveva sempre amato di un sentimento puro e profondo (Archivio Azzini)

La carrozzeria in lexan è praticamente la stessa del kit della Giulia Gta ma è stato eliminato lo scalino frontale. Per gli sprue le uniche differenze riguardano quello cromato con la mascherina dotata di doppi fari che contraddistingueva le versioni 1750 e 2000 della coupé Alfa. E’ molto probabile che nella scatola saranno presenti anche i cerchi standard (a 14 fori invece che a 16, con cromatura centrale) e i Campagnolo Millerighe. Per gli appassionati di Pasolini fino alla nuova uscita della Casa giapponese era possibile riprodurre entrambe le GT Veloce ricorrendo al set 48325 Killerbody. Dalle dichiarazioni dei vertici Tamiya raccolte a Shizuoka il kit sarà disponibile anche in Italia dalla tarda primavera, prezzi allineati (con ESC) agli altri modelli con telaio M06, intorno ai 200 euro.

Pubblicato in alfa romeo, cerchi campagnolo millerighe, giulia gt veloce, pier paolo pasolini | Contrassegnato , | Lascia un commento

DEI SEGNI – terza parte: HAIKU RUBATI COME I BACI

心遣い, sollecitudine, prendere cura

Barthes parla la società nella quale vive, e ok. Barthes parla anche quella nella quale non vive. Gli serve, lo afferma, ma è difficile sopportare che per lui “il viso giapponese è privo di una gerarchia morale” oppure effettacci come il cibo “crepuscolo della crudità”. Più che l’ingenuità dell’appena sbarcato Commodoro Perry, gli viene l’occhio liquido come ad un professore delle medie con la crisi di mezz’età in una classe femminile, gli viene meno l’impegno civile, le marce, le manganellate, ecc ecc. E’ un Giappone senza politica e monolitico nella tradizione.

Ma mediati da Barthes – che ne inserisce di Yosa Buson, Joso, Bashô, Shiki – mi propongo di scrivere degli haiku. I componimenti sono, come ogni espressione della mia spuria (non ne rispetto nemmeno la metrica) e volgare – ma non immaginate quanti ristoranti che propongono sushi si chiamano in questo modo – giapponesità, ispirati ad un unico elemento. Una donna, attorno alla quale ripercorro i tratti di una relazione. Questa donna E’ la mia giapponesità, ma E’ anche Trieste, per esempio. Non perché sia stato a Trieste con lei, come del resto non ho mai parlato con lei del Giappone. Eppure camminando per quelle strade io vedo la stessa persona che evoca quella distanza ormai incolmabile dall’accadimento – un incidente – che suggeriscono gli haiku. Si tratta semplicemente di una volontà personale, di una dedizione: tutto qui.

Isola ecologica

l’innamorato scarica inerti

provenienti dagli anelli di Saturno

***

Crepitio nel camino

il baro suadente

occulta tre tessere tra le lenzuola

***

Il giro dei due guardiani

in un verso e nell’opposto

a metà un bacio

***

Ritirare l’olio

appaiono cavalieri e grifi

duellanti in un armadio

***

Luna tra i merli delle stelle

il labrador si scuote

attende il nuovo lancio

Pubblicato in haiku, kokorozukai, roland barthes, trieste | Contrassegnato | Lascia un commento

DEI SEGNI – seconda parte: IL TANGRAM POLITICO A TAGLIO TERMICO

Verso la conclusione di un percorso di studio accademico, a tesi già sviluppata, all’incontro con Tristi Tropici e Miti d’oggi, io storico presi consapevolezza che a quella già impostata avrei preferito una laurea in antropologia della cultura delle classi dominanti (cioè implicitamente una critica di me stesso e della mia propria, privata società). A questo elemento posso aggiungerne un altro, elemento che contraddistingue l’esponente della cultura dominante quando è costretto ad intraprendere un percorso artistico: il saccheggio delle culture dominate.

L’arte evidentemente esige le sue vittime, marcia sulle ossa e sui chiodi della croce dell’intera umanità

Ora: senza aver elaborato una solida teoria, mi accorgo che ad un certo punto ho cominciato a mescolare le due cose, facendo un saccheggio di alcuni tratti della cultura dominante. L’aspetto straordinario di una prassi che in realtà non avrebbe nulla di notevole è che di fronte a questa cultura dominante agisco come se fossi l’esponente di un cultura superdominante: infierisco infatti sui deboli, o almeno su di soggetti portatori di qualche temporanea o permanente inferiorità: non mi accontento di appropriarmi di un motivo suonato col bufù sulle colline di Casacalenda mentre eri in viaggio sul T4 insieme ad altri creative manager.

In particolare rubo ai bambini i loro giochi e ai malati le loro terapie, e lo faccio – come si conviene – senza nemmeno ringraziarli. Una delle testimonianze di questo colonialismo interno è il TANGRAM POLITICO A TAGLIO TERMICO. Giochi, alluminio e malattie.

Pubblicato in roland barthes, surrealismo, tristi tropici | Contrassegnato | Lascia un commento

DEI SEGNI – prima parte: PROGETTAZIONE DELLE ARMI & PSICANALISI

Un otturatore è un segno come altri. Dalla diffusione seguita alla massiccia industrializzazione, dettagli meccanici non sono mai stati trascurati come valore culturale. I carburatori di Picabia, gli skateboard di Rammelzee, la Battersea Power Station dei Pink Floyd. C’è un dente di scatto. C’è un cane, ma c’è anche un martello. Uno va veloce come Usain, mentre il percussore sembra uno che sciopera ma solo perché era doppia azione. Un meccanismo è un dispositivo di un arnese. Se non si è attenti per essere padroni di sé stessi si fa presto a passare dalla ragione al torto come dal dispositif di Agambén ad un crackpot’ contraption. Come sarebbe bello un mondo di soli otturatori! Nessuno avrebbe bisogno di

LA PSICANALISI

– Ah, il libro sulla depressione!
– Non è un libro sulla depressione! Piantala di lanciarmi i tavoli dell’ex marito della tua amica giù dal soppalco!

 

Le fidanzate coi figli mi chiamavano col nome dei loro figli,

quelle senza figli col nome del loro padre.

 

Prima di conoscere il potere della psicanalisi conoscevo il potere della veggenza. M’hai detto cazzi! L’antica arte della cervogiomanzia, la decifrazione della schiuma della birra. Contro questo dobbiamo lottare. La prima era una psicologa aziendale, nel più grande call center del Paese. Cercava di migliorarci nel nostro lavoro senza sapere un cazzo del nostro lavoro. Era astratta, per farle capire che si era fatta l’ora di pranzo cominciammo a prenderla per il culo, che molto in retrospettiva avremmo potuto chiamarlo un modo per non manifestarci come aggressivi-passivi. Una traccia in Gadda, quindi:

On sait qu’il existe, en thése générale, trois variétés du mécanisme intellectuel aboutissant à la formule des idées délirantes; on distingue, en effet: 1° les délires hallucinatoires, trés frequents et trés anciennement connus, où la certitude se fonde, avant tout, sur des perceptions fausses: on a, par example, del idées de persecution parce qu’on croit s’entendre injurier ou menacer; 2° les délires interprétatifs, décrits par les psychiatres français Sérieux et Capgras où le sujet construit ses idées morbides à l’aide de raisonnements tendancieux portant sur des fait le plus souvant réels; il voit, pour example, quelqu’un marcher derriére lui dans la rue et il en conclit qu’il est espionné; 3° les délires imaginatifs, isolé par maître Dupré et nous-même, où le malade conçoit son erreur par affirmation gratuite et immédiate, simple décret de sa fantaisie: il raconte, par example, sans avoir rien perçu ni conclu, qu’on l’a proclamé roi de France. (1)

Metto tutto me stesso nella progettazione delle armi. Nel mio curriculum vitae, alla voce hobby e interessi personali, ho sostituito i soliti viaggi, fotografia e cinema proprio con progettazione delle armi. La progettazione delle armi mi fa sentire così bene! Così me stesso! La progettazione delle armi è l’autentico sgrassatore profumato!

Poi tutto il resto, con i migliori sentimenti. Insieme alla psichiatria, a qualcuno fa bene, ad altri no. Trattandosi la sand play therapy di un atto di fanatismo, a parità di condizioni sarebbe stato meglio sfilare a Norimberga nel ’37. La politica non deve rimanerne al di fuori. Come dice la Szymborska, tutto è politico. Il boiler che non scalda, il tumore all’anca del cane, i miei denti che abbandonano le mie gengive, i flessibili corrosi. Death by water. Lo scoglio al quale si aggrappa Pincher Martin. Era avvenuto in luoghi pubblici – quindi giuridicamente rilevanti – che mi si scambiasse per professore di acrobatica, per ottico, per suonatore di flauto traverso (quello è mio cugino, il figlio del fratello di mio padre, noto inoltre come esperto di tramvie). Mano nella mano di un’altra persona, scambiato per uno dei termini di una coppia deliziosa. Grattatevi i coglioni quando vi dicono che siete una coppia deliziosa, porta male come tireremo dritto! È sempre stato estremamente semplice manipolare il sistema per costruire una realtà altrettanto credibile. Il tangram letto tramite Barthes si esime dal dare, esattamente come fa la psicanalisi, un rimedio alla disperazione.

(1) Benjamin Joseph Logre, L’anxiété de Lucréce, Janin, Parigi 1946, via C. E. Gadda, La cognizione del dolore, p 210, n. 444, Einaudi, Torino 1987.

Pubblicato in carlo emilio gadda, il male oscuro, pincher martin, roland barthes, saint etienne 1907, siete una coppia deliziosa | Contrassegnato , , | Lascia un commento

DEI SEGNI – parte zero: UN’OPERA DI BARTHES MA COL SEGNALIBRO DI GADDA

IL SEGNO

Il terrore di smarrirsi nella parola progredisce con l’età anagrafica e contemporaneamente regredisce con la società. Mentre un uomo di buona volontà cerca di districare una litote, ecco che l’analfabetismo funzionale sta assassinando qualcuno con un conguaglio o un congiuntivo. Io mi fermo di fronte alla parola e mi chiedo cosa significa e soprattutto quale fede in essa io debba riporre perché comunichi esattamente il suo significato. È come chiedersi se lei si chiama veramente Amalia come l’ho chiamata fino a poco fa, se sette per nove fa effettivamente sessantatre, se Pearl Harbour era il 5 o il 7. Questa straziante quanto umiliante possibilità dell’ambiguo parte dalla scrittura, come se la produzione manuale di ogni lettera, nelle sue minime variazioni, non potesse essere accettata da un lettore ottico, con tutta probabilità il lettore ottico di Dio. Come posso esser certo che questa אמת tracciata dalla mia penna verrà veramente letta come אמת, che varrà come אמת nei secoli dei secoli?

UN’OPERA DI BARTHES

Il segno esotico diventa l’oggetto della rapacità dell’intellettuale. Barthes non ne rimane fuori, tanto da fare della sua indifferenza un’affermazione di principio (1). Più che all’Estremo Oriente avevo affidato la mia speranza all’Islam prima che questo costringesse a dare qualche ritocchino al sistema della security aeroportuale. Interprete sulla mia carne – vera – del flusso, del flow, mi ero avvicinato al tao prima che questo, inaspettatamente, mi respingesse con delle insospettabili gerarchie. Il buddismo, quello l’ho conosciuto solo tramite degli occidentali lasciati malamente. Dunque l’universo giapponese tenderebbe alla riduzione, mentre quello occidentale al paradiso del signor Dauphin (Doisneau, 1952).

Tra le pagine, utilizzato come segnalibro, un biglietto dello spettacolo Gadda e il teatro: un atto sacrale di conoscenza, di e con Fabrizio Gifuni, rappresentato al Teatro Vascello di Roma nel gennaio 2014 (è riportato il 16/12/2013 ma mi sembra che per qualche ragione fosse stato rimandato a data successiva). Come Berto – v. alla voce PSICANALISI – al quale è molto legato per aver dato il titolo all’opera più celebre, Gadda viene strumentalizzato in una ben definita fase politica della storia nazionale, quando del Cavaliere sembrava impossibile sbarazzarsene. Il conservatore – se non reazionario – e misogino e iscritto al Fascio romano (2) Gadda serviva all’opposizione progressista – in platea quella sera, tra Rodotà e Vendola spiccava Concita de Gregorio, direttrice dell’Unità – come strumento antigovernativo in nome dell’equazione Berlusconi – Mussolini, del quale, dopo appeso, Eros e Priapo aveva narrato il disturbo narcissico.

(1) Roland Barthes, L’impero dei segni, p. 5, Einaudi, Torino 1984)

(2) Vedi Paola Italia, Gadda e Roma prima del <<Pasticciaccio>> in I quaderni dell’Ingegnere, 4/2013 nuova serie, p. 218, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda, Milano 2013.

Pubblicato in carlo emilio gadda, fascismo, gadda fascista, roland barthes | Contrassegnato , | Lascia un commento

MATURE SEX KAMIKAZE – quarta parte

Angelika Kauffman, donna farfalla, dettaglio, Palazzo Revoltella, Trieste (foto Azzini)

Certo un uomo con quindici anni di meno e che la adorava anche fisicamente… Se Marina avesse incontrato un uomo del genere avrebbe risparmiato cinquemila euro per eliminare le borse sotto gli occhi, no? Se ogni donna sulla sessantina avesse incontrato un uomo che la copriva di attenzioni, che la desiderava, che apprezzava quella sensibilità così vivida e femminile, ecco che automaticamente la chirurgia estetica sarebbe scomparsa dalla faccia della terra. Quando le aveva raccontato quello che era accaduto Marina glielo aveva detto: non durerà. E lei le aveva chiesto perché no? Troppi anni di differenza, si annoierà. Ti annoierai, ti annoierai, prendimi da dietro stavolta e lui le aveva detto che voleva baciarla, magari la prossima volta. E invece… era lei che stava cercando di sganciarsi, se poi la ragione di quell’insicurezza dipendesse da lui o da lei certo aveva discriminato con cura le persone alle quali confidarlo e alle quali farlo conoscere. E se lo avesse fatto solo per farsi intestare qualcosa, per interesse? Le aveva detto che si sarebbe preso cura di lei. Fino a quel momento non aveva avuto alcun motivo per dubitarne, poteva essere assolutamente certa che avrebbe onorato ogni impegno che si sarebbe assunto, sorrideva nel sole. In strada il portellone di un camion frigorifero sbattè con violenza e poi si sentì il nitido scatto dei maniglioni. L’uomo che le dormiva accanto emise un soffio tra le labbra socchiuse. Sentì la sua mano che le cercava la curva dei fianchi, si apriva sul pieno e poi si stendeva allungandosi sotto la maglietta, col pollice che colmava il cavo dell’ombelico, ruotando delicatamente. Mentre il camion frigorifero partiva con un tonfo ed un cigolio – l’autista doveva aver parcheggiato con una ruota sul marciapiede – le sussurrò buongiono amore mio e lei gli strinse la mano piegando le dita tra le sue. A volte non gli credeva che potesse desiderarla in modo così assolutamente adolescenziale. Era anche a questo che pensava quando gli aveva chiesto di vedere qualche foto della madre. Ma era completamente diversa, forse era lei stessa a sperare di rassomigliarle. Divincolò la mano e salì strisciando sotto la maglietta stretta per riempirsela dei seni, stringendo i capezzoli tra le prime falangi di indice e medio.

– Vado un momento a fare pipì. Mi aspetti?
– Sì, sì.
Aveva sentito chiudere la porta del bagno e in quel momento sulla parete di fronte comparve una macchiolina di luce. Pensò che dovesse trattarsi del riflesso dei fari del fioraio su una cromatura, ma la macchiolina si allargava e lei cominciò a spaventarsi. Si drizzò sul letto, dal corridoio udì lo scrosciare dello scarico.

– Non temere ma gioisci, nulla è concluso, il tempo di generare per te non è consumato, perché questa mattina concepirai un figlio e lo darai alla luce.
Si sentì toccare il braccio e cacciò un urlo, stavolta molto più forte di quella mattina al casale sulla collina.

Pubblicato in angelika kauffmann, sesso in età matura | Contrassegnato | Lascia un commento

MATURE SEX KAMIKAZE – terza parte

Angelika Kauffmann, donna farfalla, dettaglio, Palazzo Revoltella, Trieste (foto Azzini)

Si era ricordata di una tarda mattinata in un paese dove nessuno li conosceva. Erano usciti dall’auto, si erano guardati intorno, poi lui le aveva sorriso e le aveva preso la mano. Hai le mani di una ragazza, le aveva detto. Glielo diceva anche del collo, spesso, e di altre cose. Avevano camminato così per via Roma, o via Garibaldi, o Unità d’Italia, il corso principale insomma. Ad ogni traversa un vento freddo agitava i tessuti che non erano riusciti a contenere nei giubbotti, frange di scialle e tutte le forme che non aderivano ai corpi. C’erano vecchi contadini che parlavano di fronte ad un bar. La tramontana aveva portato anche l’odore di un forno, denso e scuro, dove il pane non doveva mai uscire troppo bianco. Avevano svoltato, prendendo la traversa dal quale proveniva quell’odore. Prima di spingere la porta lui le aveva afferrato il braccio e l’aveva girata verso di sé. Le aveva accarezzato il viso vicino alla fronte, dove una ciocca di capelli grigi dal cappello. Lei aveva pensato a tutte le volte che era finita una relazione. Lei non aveva mai lasciato. Le cose si erano sfilacciate come una nuvola, oppure era stato il partner a prendere l’iniziativa. E ogni volta, non sapeva con quanta sincerità, forse soltanto una malizia per sottolineare quella colpa del tradimento oppure un trucco disperato per ispirare un ravvedimento, aveva denunciato che non sarebbe successo quello che aveva immaginato, che sarebbero invecchiati insieme. Stavolta con quella differenza d’età era certa che non l’avrebbe detto, si sentiva un pezzo avanti.

– Perché sorridi? – le aveva chiesto.
– Sto bene, per questo sorrido.

Non sapeva quale intensità attribuire alla sensualità con la quale l’aveva circondata durante i primi mesi. Le reazioni del suo corpo l’avevano stupita. Però quello più aveva apprezzato era stata la serenità che le regalava. Smussava ogni spigolo, attenuava i contrasti, piccole cose, tollerava la sua confusione, le sue insicurezze, le sue dimenticanze. A volte questo dono le era sembrato eccessivo, immeritato. Una mattina di pieno autunno avevano parcheggiato nel bosco e avevano cominciato a seguire il sentiero che portava ad un casale abbandonato che dominava una serie di vallate coltivate a nocciole. La notte era stata umida, la foschia ancora ristagnava. Un violento incendio divampato la notte precedente aveva aggredito un gruppo di querce. Oltrepassate le querce aveva cominciato a salire mentre lui le aveva detto che avrebbe scattato delle foto. La nebbia si era fatta più fitta. Si era distratta, forse, o era avvolta in qualche pensiero, fatto sta che il casale, che avrebbe dovuto trovare solo poche centinaia di metri sulla sinistra, non era apparso. Si era voltata. Sentiva il panico crescere. Aveva infilato la mani in tasca per sentire la massa rassicurante del cellulare. Non l’avrebbe chiamato subito, avrebbe atteso che lui la raggiungesse, perché così sarebbe avvenuto, presto. Le dita esploravano le tasche, ma non trovavano nulla di solido. Aveva cominciato a respirare affannosamente e a cercare di infilare una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ma quella era troppo corta e allora continuava con insistenza a ricaderle sulla guancia e lei con altrettanta ostinazione… aveva improvvisamente sollevato lo sguardo. Di fronte a lei si ergeva una torre. La costruzione era in rovina, poco più di un rudere, ciò che rimaneva di un edificio complesso e antico perché erano evidenti sulle mura le tracce di archi acuti ormai scomparsi. Nel cielo lattiginoso volteggiavano grossi uccelli neri. La traiettoria straordinariamente veloce di uno di questi uccelli aveva attirato la sua attenzione. Questa folle picchiata contro la torre le fece trattenere il respiro e portare la mano destra alla bocca. All’improvviso l’animale, giunto a pochi centimetri dalle mura si raddrizzò e penetrò all’interno di una grossa breccia a mezz’altezza. Fu allora che comparve una donna. Era vecchia e vestita di nero, come l’altra che da un’apertura alla base, una porta forse, non avrebbe saputo dire, che interrompeva comunque, tra le erbe selvatiche, uno zoccolo di pietra chiara, forse travertino, e un’altra ancora, poi, quasi sotto la prima, ma leggermente alla sua sinistra, lì dove aveva notato la traccia dell’arco acuto, ma non la finestra alla quale quest’altra figura ora si affacciava e che aveva aperto le braccia e abbracciando l’intera torre lei aveva potuto vedere che le altre due l’avevano imitata, o forse preceduta, anche quello non avrebbe saputo dire, e insieme avevano cominciato a cantilenare Gramigna, dov’è la magagna? È lei la magagna! Migragna, dov’è la magagna? È lei la magagna! Grifagna, dov’è la maga… poi si era sentita toccare il braccio e aveva urlato.

–  Ehi, tutto bene?
– Mi hai fatto prendere uno spavento. Che sciocca che sono.
– Andiamo a vedere dentro?
– Dentro? Dentro cosa?
– Dentro il casale, no? – aveva risposto con la massima naturalezza, indicando un piccolo portico che dava accesso ad un’ampia costruzione su un solo livello, non tanto antica, che risaliva forse agli anni Cinquanta, con un corpo aggiunto più di recente, di lato, in mattoni che non erano stati intonacati, proprio lì accanto, a nemmeno dieci passi.
Lei aveva sentito il cuore battere forte. Le mani che gli aveva teso le mani le ricacciò nelle tasche della giacca per cercare le pillole per la pressione. Non c’erano, però aveva trovato il telefono. Stracciando gli ultimi brani di nebbia il disco bianco del sole aveva perso il suo contorno nitido e cominciò a far caldo.

Pubblicato in angelika kauffmann, gramigna grifagna migragna, sesso in età matura | Contrassegnato | Lascia un commento

MATURE SEX KAMIKAZE – seconda parte

Ruggero Rovan, Sorriso, Museo Revoltella, Trieste (foto Azzini)

Non le veniva in mente nulla di particolarmente osceno, ma nemmeno di banalmente memorabile. Invece la sera precedente si erano trovati entrambi stanchi e guardare la televisione giocando prigramente a backgammon e la sera prima, la sera prima no, non avevano dormito insieme, nonostante fosse lunedì, perché il fine settimana lei aveva dovuto stare con il figlio e così non si ricordava l’ultima volta che avevano fatto l’amore. La travolse il panico, sentiva il cuore che accelerava, prima che arrivasse il weekend lo avevano fatto ma non ricordava i dettagli. E gli anni, soprattutto, che si consumavano come le energie. Il cuore accelerò ancora quando le tornò il pensiero che una coppia significa anche delegare e distribuire – lui non aveva figli, ma era certa che si sarebbe occupata del suo con premurosa coscienza – e che l’ultima volta che avrebbe potuto chiarire quel punto, terrorizzata, non aveva saputo dire altro che non era pronta per una convivenza partenariale full time. Lui l’aveva guardata e aveva ripetuto quell’espressione a bassa voce, grattandosi il mento.

Sarebbe dovuta andare in Direzione. Doveva trovare una Direzione. Perché non c’era una Direzione? Una Direzione per quelle cose. Doveva trovare un modo per sganciarsi. Era stanca. Se addirittura la Direzione di quelle cose si fosse trovata al civico successivo della Direzione dove andava a sollecitare la rimozione dei colleghi difficili, nevrotici, oppositivi, ogni lunedì mattina, argomentando fissando negli occhi il direttore del personale, mentre fuori gli uccelli esotici nella voliera lanciavano grida acute. Erano i segnati, in Direzione li conoscevano tutti. Quando veniva a trovarla in ufficio, lui aveva avuto l’occasione di conoscerli. Gli aveva raccontato ogni più piccolo dettaglio di quelle persone disagiate che le rovinavano la vita. Lo aveva fatto per sfogo e per puntiglio, precisando bene i termini di certi comportamenti assolutamente patologici quando lui, che a volte si dimostrava così ingenuo, le aveva detto che non avrebbe mai potuto sospettare tutte le porcate che erano in grado di per minare un dirigente. La pazzia è un’insidia che marcia nascosta. Fare terra bruciata. In Direzione avrebbero protocollato la richiesta e delegato un commesso per andare a ritirare le poche cose che teneva a casa di lui. Era meschino? Ma si sentiva stanca. In fondo non c’era nulla di male nel constatare la pochezza di quello che ormai era diventata, una piccola burocrate dei sentimenti in prossimità del pensionamento. Allontanare le tensioni. Aveva scoperto che fare l’amore le allentava, ma portava anche altre angosce. Nel suo caso, poi, con tutti i problemi quotidiani che la tormentavano. Ogni tipo di tensione. Scivolare nell’acqua termale nelle pozze a pochi chilometri dalla casa che aveva preso in paese, e allungare i piedi verso il camino acceso Doveva ricordare di trovare qualcuno che lo accendesse. Avrebbe dovuto parlarne con il figlio. Certo adesso era un po’ tardi, no?

Pubblicato in ruggero rovan, sesso in età matura | Contrassegnato | Lascia un commento