ENRICO AZZINI – RECENSIONI 2009 – 2018

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

GADDA & LETTERATURA ITALIANA

C. E. GADDA – LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

C. E. GADDA – LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

C. E. GADDA – PER FAVORE MI LASCI NELL’OMBRA

A. LIBERATI – IL ‘MIO’ GADDA: PADRI, MADRI, ZIE – E UNA E.

F. T. MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

F. ROSA – GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI

V. ZEICHEN – POESIE 1963 – 2014

LETTERATURA & CULTURA AMERICANA & NEW JOURNALISM

NEAL CASSADY – I VAGABONDI

JOAN DIDION – PRENDILA COSI’

JOAN DIDION – WE TELL OURSELVES STORIES IN ORDER TO LIVE

STANLEY ELKIN – IL SANGUE DEGLI ASHENDEN/CONDOMINIO

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS

TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

TOM WOLFE – MALEDETTI ARCHITETTI

TOM WOLFE – RADICAL CHIC

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

CLASSICI DI LETTERATURA AERONAUTICA

TOM CLANCY – STORMO DA CACCIA

AMELIA EARHART – FELICE DI VOLARE

WILLIAM FAULKNER – OGGI SI VOLA

ANDRE’ MALRAUX – LA SPERANZA

ANTOINE DE SAINT’EXUPERY – PILOTA DI GUERRA

TOM WOLFE – LA STOFFA GIUSTA

MICHAEL WOOD – GO AN EXTRA MILE

CONTEMPORANEI DI STORIA AERONAUTICA

ANTONIO CASTELLANI – MAYDAY: ALLARME NEI CIELI

GIUSEPPE D’AVANZO – ALITALIA: ASCESA E DECLINO

FRANCESCO GRECO – LA FIONDA DI DAVID

ALFREDO STINELLIS – STORIA DI UN AEROPORTO: DA ROMA LITTORIO A R. URBE

QUANDO VERRA' LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD - SAID SAYRAFIEZADEH

LETTERATURA DI SCIVOLAMENTO [REALE E APPARENTE]

NICK HORNBY – TUTTO PER UNA RAGAZZA

FLAVIO PINTARELLI – STUPIDI GIOCATTOLI DI LEGNO

SAID SAYRAFIEZADEH – QUANDO VERRA’ LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD

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MATURE SEX KAMIKAZE – seconda parte

Ruggero Rovan, Sorriso, Museo Revoltella, Trieste (foto Azzini)

Non le veniva in mente nulla di particolarmente osceno, ma nemmeno di banalmente memorabile. Invece la sera precedente si erano trovati entrambi stanchi e guardare la televisione giocando prigramente a backgammon e la sera prima, la sera prima no, non avevano dormito insieme, nonostante fosse lunedì, perché il fine settimana lei aveva dovuto stare con il figlio e così non si ricordava l’ultima volta che avevano fatto l’amore. La travolse il panico, sentiva il cuore che accelerava, prima che arrivasse il weekend lo avevano fatto ma non ricordava i dettagli. E gli anni, soprattutto, che si consumavano come le energie. Il cuore accelerò ancora quando le tornò il pensiero che una coppia significa anche delegare e distribuire – lui non aveva figli, ma era certa che si sarebbe occupata del suo con premurosa coscienza – e che l’ultima volta che avrebbe potuto chiarire quel punto, terrorizzata, non aveva saputo dire altro che non era pronta per una convivenza partenariale full time. Lui l’aveva guardata e aveva ripetuto quell’espressione a bassa voce, grattandosi il mento.

Sarebbe dovuta andare in Direzione. Doveva trovare una Direzione. Perché non c’era una Direzione? Una Direzione per quelle cose. Doveva trovare un modo per sganciarsi. Era stanca. Se addirittura la Direzione di quelle cose si fosse trovata al civico successivo della Direzione dove andava a sollecitare la rimozione dei colleghi difficili, nevrotici, oppositivi, ogni lunedì mattina, argomentando fissando negli occhi il direttore del personale, mentre fuori gli uccelli esotici nella voliera lanciavano grida acute. Erano i segnati, in Direzione li conoscevano tutti. Quando veniva a trovarla in ufficio, lui aveva avuto l’occasione di conoscerli. Gli aveva raccontato ogni più piccolo dettaglio di quelle persone disagiate che le rovinavano la vita. Lo aveva fatto per sfogo e per puntiglio, precisando bene i termini di certi comportamenti assolutamente patologici quando lui, che a volte si dimostrava così ingenuo, le aveva detto che non avrebbe mai potuto sospettare tutte le porcate che erano in grado di per minare un dirigente. La pazzia è un’insidia che marcia nascosta. Fare terra bruciata. In Direzione avrebbero protocollato la richiesta e delegato un commesso per andare a ritirare le poche cose che teneva a casa di lui. Era meschino? Ma si sentiva stanca. In fondo non c’era nulla di male nel constatare la pochezza di quello che ormai era diventata, una piccola burocrate dei sentimenti in prossimità del pensionamento. Allontanare le tensioni. Aveva scoperto che fare l’amore le allentava, ma portava anche altre angosce. Nel suo caso, poi, con tutti i problemi quotidiani che la tormentavano. Ogni tipo di tensione. Scivolare nell’acqua termale nelle pozze a pochi chilometri dalla casa che aveva preso in paese, e allungare i piedi verso il camino acceso Doveva ricordare di trovare qualcuno che lo accendesse. Avrebbe dovuto parlarne con il figlio. Certo adesso era un po’ tardi, no?

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MATURE SEX KAMIKAZE – prima parte

Donne allineate nella ricostruzione dell’atelier di Ruggero Rovan, Museo Revoltella, Trieste (foto Enrico Azzini)

I muletti a mano raspavano le grate. Si sentiva bisbigliare, qualcuno chiese quanti caffè dovesse andare a prendere al bar. Valeria la prima volta, quarantaquattro anni prima, se la ricordava eccome. Era grande. Le spalle gli scintillavano al sole, brune su una distesa di piccoli ciottoli bianchi mentre guardava il mare e le isole di fronte e lei sentiva salire la voglia. Era stata la sua amica ad avvicinarsi e a chiederle qualcosa, chissà. Se parlava italiano? Sì, certo: lui era italiano. Ma viveva lì, e studiava, almeno per due o tre mesi l’anno e aveva preso in affitto una piccola casa che dava sul mare, poi tornava per dare qualche esame, per rivedere gli amici, queste erano le cose che le aveva raccontato Giuliana quando era tornata tutta eccitata e l’aveva dovuta anche cercare e rincorrere perché lei si era incamminata su un sentiero che portava sulla collina, tra gli alberi di ulivo, a riflettere su come sopportare l’idea che Giuliana ci sarebbe andata a letto quella sera stessa, ne era certa, era un poco più intraprendente, se così si può dire, non sarebbe dovuta partire con lei, sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa, sì, anche con i genitori, anche la morte di agosto in paese sarebbe stato meglio. Le aveva invitate a mangiare pesce e a bere del vino in quella sua casa, alle pareti scaffali pieni libri e i manifesti anarchici e del KKE e poi avevano fumato un po’ d’erba insieme ad un amico di lui che aveva teso la mano a Giuliana, e loro erano usciti, udiva le risate che si allontanavano e sentiva di odiarla, e lei che aveva un concetto più mistico e più universale o forse soltanto più confuso era rimasta sola con quest’uomo grande che improvvisamente aveva detto ora basta raccontare di Exarchia e aveva cominciato a baciarla.

Se era così facile ricordare la prima volta, l’ultima era tutta un’altra questione. Rimane vaga, perché avrai sempre la speranza che ce ne sia ancora per te, pensò. Era certa che lui avrebbe avuto ancora tante opportunità. Non solo perché era più giovane, ma perché per un maschio doveva essere diverso. Fuori era ancora scuro, ma il faretto notte nel corridoio proiettava un alone bianco sulla parete a fianco del letto. Guardava quel tenue chiarore oltre i suoi capelli ricci e neri e sperava che un Arcangelo circonfuso di un alone solo poco più intenso di quella corona di led la visitasse per dirle ricordati della scorsa notte, e lei avrebbe risposto quale notte? perché non aveva mai avuto molta memoria, mentre cercava di passare in rassegna almeno le ultime, la paziente e soprannaturale creatura avrebbe sollevato gli occhi ad un cielo che doveva conoscere bene, precisando lunedì, dopo le salsicce piccanti ed il vino rosso che aveva acquistato al Todis prima di salire a casa. Oppure le avrebbe detto ora toccalo, senti che il suo membro è già semieretto per qualche sogno, e lascia che ti venga sopra, così sarai proprio tu, inevitabilmente, l’artefice di quell’atto e di conseguenza, ben consapevole, dell’imprimere nella tua memoria tutte le carezze e i baci e tutte le volte che spinge le labbra sul tuo muscolo sternocleidomastoideo e anche se compresse riesci a distinguere il suono che producono che dice che le piaci, le piaci da morire e che non vorrebbe altro che stare lì, con te. La prima volta, se così si poteva dire, era come la madre, sempre certa, e l’ultima come un padre, con un margine. Ma era paralizzata, le sembrava che lo stomaco cominciasse a contrarsi in un processo da protostella piuttosto spiacevole. In sostituzione dell’Arcangelo si sarebbe accontentata di una scialba proiezione sul muro macchiato, dove in uno spazio vuoto tra L’IMPERO COLPISCE ANCORA e THE FINAL HOURS OF TOMB RAIDER dei manifesti del figlio sarebbe comparso CRISTO SANTO, FALLO E RICORDATELO. Eh, sì, il figlio, il figlio che non avrebbe dovuto sapere niente, almeno fino a quando… fino a quando… non sapeva, forse fino a quando lui non avrebbe ufficializzato la cosa presentandosi con un anello, e quando nella sua immaginazione vide l’anello ecco che lo stomaco gli si era ridotto al rognone di un vecchio gatto. E poi i problemi di lavoro, l’ultima questa seccatura per la quale sarebbe dovuta tornare in Direzione solo perché quei maledetti colleghi che le erano stati ostili fin dal primo momento avevano inviato al dirigente del personale le foto del suo elemento migliore che per truccarsi distribuiva sul tavolo del front office i pennelli, e le matite, e il fondotinta, e gli ombretti, e il lucidalabbra, e anche quella crema anti occhiaie che lei aveva subito acquistato per sé. Dettagli. Che vipere.

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SAINT ETIENNE 1907 al MUSEO DELLA GUERRA PER LA PACE DI TRIESTE

Degli oggetti (che dal gigantesco al minuto vanno da un obice da 305[1] al fucile Mod. 91 ad altri oggetti di uso comune come occhiali paraschegge e bombe a mano) che appartengono alla narrazione e all’esperienza di Carlo Emilio Gadda sottotenente nel conflitto mondiale il Museo della guerra per la pace Diego De Henriquez di Trieste ospita una mitragliatrice pesante Saint Etienne 1907. Lo scrittore comandò prima una sezione e poi una compagnia di queste armi fino alla tragedia di Caporetto. Da notare come, al contrario di ciò che ipotizzavo nel corso della costruzione della replica, la rivettatura del cacheflamme non sia regolare.

[1] Ne esplose uno postato a Campiello nel luglio del ’16, Giornale di guerra e di prigionia, Garzanti, Milano 2012, p. 134.

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ALFRED JARRY – IL DOTTOR FAUSTROLL

Sono così sicuro dell’eccellenza dei miei calcoli e dell’inaffondabilità dello schifo che, secondo la mia inveterata abitudine, non navigheremo per acqua ma per terra ferma. (Alfred Jarry, IL DOTTOR FAUSTROLL, Giordano Editore, Milano 1966, p. 16)

Dobbiamo dunque necessariamente ammettere che il volgo (comprese donne e bambini) è troppo rozzo per capire le figure ellittiche. (ibidem, p.25)

Un’assenza di immaginazione non potrà andar oltre la descrizione dal punto di vista nautico-dinamico dello schifo del Dottor Faustroll. Simbolisti, surrealisti, controcorrentisti sono molto simili a giocatori di baseball che, al termine della stagione, si capiscono solo tra di loro, il cadavere squisito della combinatoria forzata su una scatologica e anticlericale topologia parigina. Molte pietre dure, lunghezze d’onda e altre novità del periodo delle novità sono gli elementi che dobbiamo accettare in nome della lotta al potere, all’Accademia e al soffice calore della meschinità borghese. L’unica maniera per prestare un minimo di attenzione ad autori come Jarry è seguire un attore bravo: in caso contrario io, per esempio, sono costretto a leggere almeno la prima parte ad alta voce con marcato accento velletrano. La seconda parte, molto meglio, contribuendo ad alimentare il repertorio di immagini dei creativi di ogni tempo per vendere fentanyl o il VW Bulli, meno quadrato del motorhome di Roussel.

Tramonto

 

 

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SAINT ETIENNE 1907 HEAVY MACHINE GUN – HOW IT WORKS

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L’ARSENALE ITALIANO NEL GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA DI C. E. GADDA – prima parte: LA MITRAGLIATRICE SAINT ETIENNE 1907

Allo scoppio della Grande Guerra uno dei settori nei quali l’Italia poco si era adeguata alle caratteristiche di un conflitto moderno era quello delle mitragliatrici. Mentre proseguiva lo sviluppo di modelli nazionali, ecco che vennero acquistati in buon numero diversi modelli stranieri, sia inglesi, con la Maxim-Vickers con calibro ridotto dai 7,65 mm originali ai 6,5 standard del Regio Esercito, che francesi, con la Hotchkiss e la Saint Etienne, entrambe 8 mm Lebel (8 x 50). Già dall’aspetto la Saint Etienne ha qualcosa che punge, soprattutto se dotata del cacheflamme. La sensibilità meccanica di Marinetti non poteva esserne immune, tanto dal cantarla in L’Alcova d’acciaio e facendone “la leggendaria Dama al balcone della brigata Casale”:

Ricordo di aver per il primo nella mia Battaglia di Tripoli paragonato la mitragliatrice a una donna seducentissima perfida capricciosa e crudele con la sua lucente cintura di cartucce. Trovo ora che l’immagine è precisa, specialmente se si tratta di caratterizzare queste nostre mitragliatrici ‘S. Etienne’ vendute dalla Francia all’Italia, più parigine e più femminili di ogni altra mitragliatrice, più passionali e più perfide. (1)

Se invece se ne analizza la meccanica è necessario pensare che quando si introduce un nuovo e rivoluzionario strumento si assiste ad una deflagrazione in tutte le direzioni: si esplorano tutte le possibilità compatibili con la tecnologia. Solo dieci anni dopo molte delle soluzioni adottate risulteranno incomprensibili o addirittura stravaganti. Succede con il motore d’aereo più diffuso dell’epoca – il rotativo – e accade anche con molte armi automatiche, i due dispositivi che hanno cambiato il volto della guerra del Novecento. I contemporanei, meri utilizzatori, sono gli unici a non farsi troppe domande.

Forse verso nessuna altra arma che non fosse la Saint Etienne poteva convergere Carlo Emilio Gadda, che comandò prima una Sezione e poi una Compagnia Mitragliatrici fino al tragico epilogo (per molte certe sue aspirazioni in firma di Duca di Sant’Aquila, non per la Patria, che risorse) di Caporetto. L’originale meccanismo interno deve aver suscitato il suo l’interesse, anche se la complessità la rendeva facile all’inceppamento. Era tuttavia unico, con un asta di armamento che al contrario di tutte le altre mitragliatrici si muoveva in avanti invece che indietro, e poi rovesciava la necessità incameratrice dell’otturatore con un pignone e cremagliera. Non una solida giustificazione tecnica in realtà, ma lo scavalcamento di un brevetto che perfettamente si innestava sul modello dal quale la Saint Etienne deriva in maniera assolutamente diretta, la Puteaux 1905. L’alimentazione era inizialmente a clip metalliche da 25 colpi, un elemento che contraddistinguerà le armi francesi e anche italiane differenziandole dalla preferenza britannica e tedesca per i nastri in tela, più sensibili all’umidità. Sì, infilati nelle lastrine i proiettili, l’insieme dà del pettine. I nastri in tela arriveranno in servizio più tardi, senz’altro disponibili nell’ottobre del ’17 (2). Si parlò anche, sul modello francese, di una standardizzazione del calibro:

Ancora dice la circolare che nei parchi d’armata vi è un quantitativo di armi di riserva nella misura di una per ogni reparto: e ancora che si pensa a sostituire il calibro Lebel delle 1907 F (S. Etienne) col calibro mm. 6,5 del 91 nostro. (3)

Elemento assolutamente unico della mitragliatrice pesante Saint Etienne era il parafiamma. Si componeva di un involucro a forma di mantice con un gonnellino nella parte inferiore. Ingaggiato sul grilletto si trovava poi il regolatore idraulico che poteva  cadenza di tiro dai 600 a pochi colpi al minuto. In una guerra dove occorreva lavorare duramente la montagna per preparare difese ed attacchi, Gadda ne rilevò l’utilità nei noiosi tiri di disturbo.

E Gonzalo nella sua immaginazione l’ha conservata, nella cassa che ha riportato dalla guerra, ottimisticamente alleggerita (la Saint Etienne 1907 pesava da sola circa 26 chili, altrettanti l’indispensabile affusto), pronta a ristabilire il (suo, cioè di lui proprio) principio etico tra i Proci che banchettano approfittando della generosità della madre:

Eccola! Estraeva dall’astuccio la leggera mitraglia, ne riprovava a vuoto il congegno…. Tutto era lucido, come allora, ingrassato ogni dente, ogni nottolino, come allora…. la vasellina pareva pennellata da jeri. Ecco il caricamento e il ricupero: funzionavano? oh! se funzionavano! Tatràc, la molla! il gancio. Come sulla spalla del monte. I caricatori eran lucidi, con acute punte, come pettini, come quando se ne insigniva il terriccio rosso, alla caponiera del Faiti: o nel mezzogiorno senza trincere, pronti, dentro il fetore, tra le scaglie del sasso, a cinque minuti dalla risposta.

Scendeva: le scale di casa sua, scendeva. La sala era piena di gaglioffi. Si piazzava allora sul terrazzo, ritto, a gambe larghe sul terrazzo di casa sua, con la pistola a mitraglia, come tenesse un bel mandolino, da grattarlo! da grattarlo ben bene, quel mandolino. Tatràc: la molla, il nottolino, il gancio. Un caricatore lucido, un pettine. La canna del mandolino infilava la sala. Oh! che bella romanza, che manduline, checcanzuna, che marechiare, nella casa liberata! disinfettata! (4)

Le componenti principali del meccanismo della Saint Etienne 1907 con il complesso blocco otturatore, il pignone (con relativa camma di chiusura), la cremagliera, la leva di scatto e quella che agiva sul percussore. Si tratta di una replica realizzata dall’autore.

(1) L’alcova d’acciaio, Vallecchi, Firenze 2004, p. 35

(2) GGP, Garzanti, Milano 2002, p. 274.

(3) Ibidem, p 138, alla data del 18 luglio 1916.

(4) Cognizione, Einaudi, Torino 1987,  p. 434 e sg.

Questa parte dedicata alla mitragliatrice Saint Etienne è un breve estratto da L’ARSENALE ITALIANO NEL GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA di Enrico Azzini, già autore di IL TENENTE PILOTA ENRICO GADDA – BREVE VITA DEL GADDA BELLO, SPENSIERATO E AVIATORE (2014, IBN Editore)

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IL MONDIALE DI F. 1 1982 – IL FUOCO E LA MORTE DI RICCARDO PALETTI

Quando entro nella scatola la sera del 13 non penso più solo a Villeneuve, ma anche a Paletti. L’incidente di Riccardo Paletti non è reale. E’ stilizzato, del vetro colorato di celeste Saima e di giallo Agip montato nel piombo della vetrata di una cattedrale assediata da una nebbia acre ed inestinguibile. Tampona pieno Pironi al quale si è spento il motore, non c’è alcuno scarto, è l’incidente causato da un bambino brutale che gioca. Non c’è dispersione, non ci sono rottami, con c’è compassione ma solo compressione, non c’è immaginazione. C’è un cameraman con la maglia gialla con la maglia gialla con la maglia gialla che riprende a poco meno di un metro dalla monoposto. E poi il fuoco. Una lingua lo segue mentre indietreggia, al cameraman con la maglia gialla con la maglia gialla con la maglia gialla e non c’è modo, non c’è proprio alcun modo per dei piccoli estintori a mano di sconfiggere 200 litri di benzina.

[…]

È venuto il tempo di Monza. Monza non mi è mai piaciuta, almeno fino all’anno precedente. E’ stato a Monza che ho percepito per la prima volta cosa significhi un’assenza. C’è tutto quel fumo nero, e le fiamme, fiamme gialle e rosse, veramente a colori, lì sullo schermo del televisore dell’albergo. È una diretta a colori, fuoco a colori, vedo a colori il mio primo fuoco a colori. Ti accorgi che una parola complicata, embolia, può spartire anche la tua vita, tra quella dove c’era Peterson e quella dove non c’è più. Ma alla vigilia del Gran Premio d’Italia 1981 ho conosciuto Antonella, e questo basta a cancellare tutte le cose negative legate a Monza. Anzi, cancella qualsiasi cosa, perché non ho avuto alcun desiderio di vedere la Formula Uno il giorno dopo quell’incontro. La televisione era accesa e io ero distratto, quando ho intravisto il podio con Prost, Jones e Reutemann sono uscito e sono tornato dove l’avevo incontrata, c’erano gli altri, ma continuavo ad essere assente, e la parte più assente di me era lo stomaco.

Questo è un breve estratto de Il Mondiale di Formula Uno del 1982, il nuovo romanzo di Enrico Azzini. L’anno del successo di Rosberg, della morte di Villeneuve e Riccardo Paletti (e infine di Colin Chapman), di Renato Croce che comincia ad affermarsi come uno dei più brillanti e misteriosi piloti italiani, della guerra delle Falkland, ma soprattutto l’anno dell’inizio di un’amore. Dopo 35 anni quell’amore continua a segnare con la sua impronta la vita di due persone, 35 anni che hanno affilato caratteri ed esigenze in mezzo ad una Storia che si è radicalmente trasformata.

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GO AN EXTRA MILE – Michael Wood e le origini degli AMREF FLYING DOCTORS

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La felicità dell’uomo non è nella libertà, ma nell’accettazione di un dovere (dalla prefazione di André Gide a Volo di notte di Antoine de Saint-Exupery)

L’African Medical and Research Foundation nel 1957 non era che un’idea. Come questa organizzazione medica che porta assistenza nelle più remote comunità dell’Africa Orientale sia potuta diventare una ONG articolata con 172 progetti attivi in 26 Nazioni e abbia salvato direttamente o indirettamente – con le cure sul campo, con la prevenzione e l’educazione sanitaria – centinaia di migliaia di persone ce lo racconta uno dei fondatori, Michael Wood, che fin dai primi anni della sua permanenza a Nairobi intravide nel mezzo aereo l’unica possibilità di raggiungere le località più isolate di un vasto territorio (Kenya, Tanzania, Uganda, una parte della Somalia) allora sotto amministrazione britannica.

Quella narrata in GO AN EXTRA MILE è tutta una vita nella quale si deve attingere fino in fondo alla flessibilità anche mentale e all’improvvisazione. E’ difficile che in un Policlinico si possa considerare il cacciagomme del Land Rover come uno strumento per rimettere al suo posto la testa di un omero dislocato da 4 mesi. Lì, accuratamente pulito e sterilizzato, funziona, deve. Valide per il chirurgo, elasticità mentale e improvvisazione diventano vitali per il bush pilot quando dovrà affrontare rinoceronti in atterraggio, piste completamente allagate e le difficoltà di un volo che prevedeva come assistenze il coraggio delle decisioni – anche quella più difficile, quella di tornare indietro – e al massimo un radiofaro. E anche se l’aereo – dal Piper Tripacer, nel quale un barellato inquieto desta qualche preoccupazione nel pilota, ai bimotori Aztec e Twin Comanche: Wood non crede nell’ala rotante, plana poco in caso di avaria – ruba la scena, una protagonista più silenziosa del Flying Doctors Service è la radio. Porta conforto e morale, permette di risolvere situazioni senza dover ricorrere a costose ore di volo, ti fa trovare quello che ti serve quando ti serve. Ci troviamo di fronte ad un quadro complesso nel quale agisce una rete di persone capaci che sovraintende ad elementi che vanno dalla realizzazione delle infrastrutture – con le piste in posti complicati come il Passo di Marich, per esempio – alla formazione delle indispensabili infermiere, dalla elaborazione di messaggi comprensibili per una cultura diversa dalla nostra all’attività che, seppur ripetitiva e lontana dall’azione, è quella che permette di far girare tutta la macchina, il reperimento dei fondi in tutto il mondo.

Se uno degli elementi fondamentali è la prevenzione, oggi appare paradossale come anche Wood abbia speso risorse ed energie per avviare campagne di vaccinazione che in certi casi confliggono con tradizioni millenarie e 50 anni dopo una parte della stessa società che le ha imposte le contesti in nome di superstizioni più stravaganti di un bastone magico. Wood riflette sui costi di 177 bambini affetti da polio e non tutti, quelli di sofferenza umana di chi dovrà essere sottoposto a cure ortopediche, fisioterapia e protesi e di coloro che dovranno assisterli, fanno in finale un conto preciso. Se questo fenomeno di ritorno era al suo tempo inimmaginabile, già era evidente per il chirurgo britannico quel morboso interesse dei medici per le sofisticate tecnologie dedicate alla cura di malattie che incidono su una percentuale assolutamente minima della popolazione.

Un ampia parte del libro è dedicata al Safary Rally, al quale Michael Wood partecipa come navigatore del genero Robin Ulyate. Si tratterà, quella del ’68, di un’edizione epica (come tante altre cosette accadute in quell’anno), flagellata da piogge straordinarie. Sesti al traguardo con una Ford Cortina GT, entreranno, scavallando profondi binari di terra e sorvolando torrenti, nella leggenda degli unsinkable seven.  E’ proprio questo uno degli aspetti più straordinari e piacevoli del libro, l’attraversare con semplicità, fede, senso del dovere e spirito da sportsman tutto quello che rende un uomo un uomo, che lo gratifica, che lo pone di fronte alla propria coscienza e alle proprie responsabilità.

Il mondo che descrive Michael Wood era completamente diverso già solo per i tempi. Con la moglie Susan e due figli piccoli parte da Victoria Station per Parigi, poi Marsiglia, due settimane di navigazione, Porto Said, il Mar Rosso e finalmente Mombasa. E’ il mondo che emerge da una Guerra Mondiale ed il Continente con il quale Wood stabilirà un legame assoluto e inscindibile lascerà poche Nazioni – tra queste proprio il Kenya – quasi immuni dai tumulti dell’indipendenza. Accanto al senso di colpa e ai dubbi dell’Occidente brilla ancora una certa nostalgia di quel Westminster System che avrebbe saputo governare il mondo con giustizia e saggezza, per sempre. Nuovi problemi cominciavano a profilarsi, ma insieme ad essi anche nuove incredibili prospettive – come i primi esperimenti di telemedicina via satellite – in grado di cambiare radicalmente l’assistenza sanitaria nelle aree più isolate del pianeta.

Michael Wood, GO AN EXTRA MILE, Collins, London, 1978, p. 164 – usato su ebay o amazon, dai 15 euro senza spese postali

Testo e foto di Enrico Azzini per ruotenelventonetwork/aviodada

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IN A WHITE ROOM – A 2001 A SPACE ODISSEY STORYBOARD

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La stanza dove l’e.v.a. pod si arresta dopo tutto quel botto di lucine e valli virate è solo per David Bowman, come Davanti alla legge di Kafka? Era pensato per un essere umano generico? La sua esistenza si consumerà in tempi reali o in tempi cinematografici? Non c’è un libro. E’ un neoclassico estremamente dignitoso oppure decadente, “immagine della sua razza” come afferma Giovanni Mongini (Storia del Cinema di Fantascienza, Fanucci, 1977)? Se avessero girato a Hollywood invece che nell’Hertfordshire? Farsi ed entrare nella Galleria Borghese? Cos’è un draobyrots?

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The white room where after that mess the E.V.A. pod stops is just for dr David Bowman as Kafka’s Before the Law? His life since then will consume following a human or a movie time? Was the white room conceived for a generic human being? We can see a writing desk but not just a book. Do you feel that style respectable or decadent, “an image of his race” as Giovanni Mongini says in Storia del Cinema di Fantascienza (Fanucci, 1977)? Thing would have been different – less neoclassical – if Kubrick was shoting in Hollywood instead of Hertfordshire? Get stoned and get in the Galleria Borghese. What’s a draobyrots?

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VIVERE SENZA AUTO seconda parte: SKATE, BUS E RENT A CAR

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Il livello di benessere aumenta con un Capolinea di sostanza – come questo a Cornelia – dietro casa

Parlarne male è un esercizio così ordinario, eppure a Roma i mezzi pubblici FUNZIONANO. Può magari dirti culo, con una Metro sotto casa e i Capilinea dietro, ma a parte i ½ orari – al di fuori della punta e del ritorno scolastico – più i puntuali scioperi del venerdì,il sistema gira discretamente.

Muoversi è una combinazione e l’ostinazione non porta da nessuna parte. Prendendola bella larga, scrive Robert Henlein – uno dei Big Three della SF insieme ad Asimov e Clarke – in Lazarus Long, l’Immortale:

Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto appetitoso, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti. 

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Un’altra soluzione è la bicicletta. Ci abbiamo provato a girare in città e fuori anche a vela con diversi prototipi, ma si trattava di puro cazzeggio (foto Di Renzo). Una pieghevole come questa Chiorda Safari con rapporto unico (dovrebbe essere un 22/42) permette di andare ovunque, piano ma ovunque. La gamma offerta dalla grande distribuzione come Decathlon e un accesso sempre più semplice alla pedalata assistita rendono lo spostamento su due ruote teoricamente alla portata di tutti senza troppi sbattimenti.

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Il noleggio rappresenta una formula estremamente conveniente se si ha bisogno di un’auto per qualche giorno. Offre anche l’opportunità di provare vetture appena uscite sul mercato, tante per levarsi uno sfizio o per valutare un futuro acquisto. Tuttavia, anche rimanendo nello stesso modello si possono guidare splendide sorprese ma anche indimenticabili delusioni: la Ford Ka prima serie (Endura 1.3) era una bomba divertentissima, la seconda serie (Duratec 1.2) un polmone assolutamente deprimente.

Negli anni si sono moltiplicate le alternative. Blablacar è un modo tanto conveniente quanto divertente per viaggi a medio raggio. Se i servizi come EnJoy e Car2go risultano convenienti solo lungo una direttrice netta e non per orbitare, un noleggio tradizionale a 40 euro per un fine settimana mette a posto ogni cosa.

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Un rider procede tranquillo in una strada del quartiere senza traffico. Commuter ideale per i tragitti a brevissimo raggio, richiede una certa testa per evitare problemi a sé stessi, agli altri e all’atteggiamento comune nei confronti di questo personal mover (immagine tratta dal video SKATE & STREET ART A BOCCEA)

E infine c’è lo skate. Per muoversi nel quartiere è l’ideale. Stai a posto con l’art. 190 del Codice della Strada? No, ma il buon senso dovrebbe invitare chi ci si muove a tenere un basso profilo, e i controllori a tollerare un’alternativa sostenibile.

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Una terrazza alla fine del Parco Lineare, sul tetto di un Centro della Civiltà Occidentale, più o meno. Per muoversi nei centri urbani anche giganteschi come Roma senza ricorrere al mezzo a scoppio privato una rete efficiente di piste ciclabili potrebbe far comodo. Certo, poi bisogna mantenerle e il Parco Lineare, a soli 2 anni dall’apertura, è già per gran parte sgretolato.

Leggi la prima parte VIVERE SENZA AUTO: QUASI LA FINE DI UN’AMORE

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