ENRICO AZZINI – RECENSIONI 2009 – 2019

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

GADDA & LETTERATURA ITALIANA

C. E. GADDA – LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

C. E. GADDA – LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

C. E. GADDA – PER FAVORE MI LASCI NELL’OMBRA

A. LIBERATI – IL ‘MIO’ GADDA: PADRI, MADRI, ZIE – E UNA E.

F. T. MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

F. ROSA – GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI

V. ZEICHEN – POESIE 1963 – 2014

LETTERATURA & CULTURA AMERICANA & NEW JOURNALISM

NEAL CASSADY – I VAGABONDI

JOAN DIDION – PRENDILA COSI’

JOAN DIDION – WE TELL OURSELVES STORIES IN ORDER TO LIVE

STANLEY ELKIN – IL SANGUE DEGLI ASHENDEN/CONDOMINIO

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS

JOHN STEINBECK – FURORE

TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

TOM WOLFE – MALEDETTI ARCHITETTI

TOM WOLFE – RADICAL CHIC

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

CLASSICI DI LETTERATURA AERONAUTICA

TOM CLANCY – STORMO DA CACCIA

AMELIA EARHART – FELICE DI VOLARE

WILLIAM FAULKNER – OGGI SI VOLA

ANDRE’ MALRAUX – LA SPERANZA

ANTOINE DE SAINT’EXUPERY – PILOTA DI GUERRA

TOM WOLFE – LA STOFFA GIUSTA

MICHAEL WOOD – GO AN EXTRA MILE

CONTEMPORANEI DI STORIA AERONAUTICA

ANTONIO CASTELLANI – MAYDAY: ALLARME NEI CIELI

GIUSEPPE D’AVANZO – ALITALIA: ASCESA E DECLINO

FRANCESCO GRECO – LA FIONDA DI DAVID

ALFREDO STINELLIS – STORIA DI UN AEROPORTO: DA ROMA LITTORIO A R. URBE

QUANDO VERRA' LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD - SAID SAYRAFIEZADEH

LETTERATURA DI SCIVOLAMENTO [REALE E APPARENTE]

NICK HORNBY – TUTTO PER UNA RAGAZZA

FLAVIO PINTARELLI – STUPIDI GIOCATTOLI DI LEGNO

SAID SAYRAFIEZADEH – QUANDO VERRA’ LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD

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CARS IN LITERATURE – Burgess, Cassady, Didion, Pasolini and Steinbeck

Enrico Azzini, 2020 – Anthony Burgess, The long day wanes

Enrico Azzini, 2014 – Neal Cassady, I vagabondi

Enrico Azzini, 2014 – Joan Didion

Enrico Azzini, 2019 – Pier Paolo Pasolini

Enrico Azzini, 2019 – John Steinbeck, Furore

 

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ANTHONY BURGESS – THE LONG DAY WANES – Trilogia malese

E’ difficile dire queste cose in una lingua come il malese. Ma quest’uomo, Platone, credeva che tutte le cose sulla terra non fossero che una copia di un chontoh dalam shurga, uno schema del cielo.

Così c’è un motore d’automobile nella mente di Dio e gli altri sulla terra cercano di imitarlo.

Qualcosa del genere.

E questo motore di Dio non si guasta mai?

Oh, no, non può. E’ perfetto.

Capisco -, Alladad Khan guidava costeggiando l’ennesima piantagione di gomma. – Ma che cosa se ne fa Dio di un motore?

Dio lo sa. (*)

Malayan jungle through the frame of a Allard P2 Safari

 

(*) A. Burgess, Trilogia malese, Einaudi, Torino 1999, p. 163.

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ATTORNO AL MARE # 2 – Carlo Emilio Gadda – La cognizione del dolore

Eppure venivano giù come un olio al loro imbandierato varo, varati finalmente nel sciocchezzaio con tutti gli onori e i carismi: carene insevate da stupidità. Più insulsi erano, e più felice e liscio gli andava sottoculo lo scivolo, giù, giù, dal croconsuelo verde del Monte Viejo alla tumefazione galleggiativa dell’avenida, bargigli al completo. Una qualche vecchia grinzosa si riusciva sempre a trovarla, nel magazzino delle vecchie, con sei e perfino sette denti in bocca, per mollare la bottiglia propiziatoria sulla prua dell’analfabeta: tanto da dare quel po’ di cocci in rimbalzo che il rito richiede, se Dio vuole, con quel bioccoletto di spuma.

(C. E. Gadda, La cognizione del dolore, Einaudi, Torino 1987, p. 329, Parte seconda, VI, 399)

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ATTORNO AL MARE # 1 – Louis Simpson – Moving the Walls

So all that oceanography, after all

Was only a pawnshop.

For they brought home the tooth of a whale

And said, <<Look!

It is only a doorstop, after all>>.

 

For Leviathan does not exist,

And the sea is no mistery,

For a shark is a walking stick.

 

And this we call the life of reason.

(da Moving the Walls, in Poesia americana oggi, Newton Compton, Roma, 1982)

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IL CROCONSUELO – L’ORGOGLIO FETENTE DEL MARADAGAL: come gustarlo e che vini abbinare

 

Il croconsuelo è un formaggio erborinato e fetente che viene prodotto esclusivamente  in Maradagàl, un paese sudamericano di non molte risorse. Esiste in due varianti: il dolce e il piccante. E’ protetto dal Consorcio General de Croconsuelo con un apposito disciplinare ed il marchio El queso más fetente del mundo™ e viene esportato raramente perché la produzione riesce appena a soddisfare l’esigenza nazionale: il peone maradagalese ne è infatti molto ghiött.

Come per certi scrittori epici come il Caçoncellos oppure più recente il Blumenstihl, dimenticati da popolo o patria per essere ritratti su isolandone certi tratti comodi ad esser tenuti tra le dita politiche come finger food, anche il croconsuelo ha vissuto momenti di gloria alternati a quelli di oblio.

Il metodo popolare di gustare il croconsuelo, soprattutto quello piccante, è di deporlo con il coltello sulla lingua-ninfea, e poi di biasciarlo bevendoci sopra vino rosso. E’ pratica che ancor oggi disgusta i pochi turisti che approdano al Maradagàl, via Parapagàl per l’esattezza, con crociere premio. Cartacce del croconsuelo se ne trovavano ovunque nel Maradagàl, nelle grandi città: Pastrufazio e Terepáttola: ora un po’ meno, per maggior acquisita ma non si sa quanto sincera sensibilità ambientale.

Una ricetta che può venir incontro ai gusti nostri può esser tuttavia questa, cioè

FETTUCCINE AL CROCONSUELO DEL MARADAGAL (per due persone)

200 gr di fettuccine all’uovo

sale q.b.

300 gr di croconsuelo dolce o piccante del Maradagal

una noce di burro

Fare tutto quello che va fatto per cuocere la pasta. Mettere la noce di burro in padella, quando ha raggiunto la sua liquidità aggiungere il croconsuelo, spronandolo con un cucchiaio di legno a più fluidi consigli. Aggiungere qualche cucchiaio di acqua di cottura, scolare le fettuccine poco prima dell’aldente e lasciar insaporire in padella per un minuto. I vini migliori da abbinare, anch’essi tuttavia piuttosto rari anche nelle migliori enoteche, sono i bianchi leggieri del Nevado e dello Zanamuño se il croconsuelo è dolce, oppure i più robusti del Résqueta o de la Sierra Encantadora e i classici tinti più alcolici (per sgrassarne il palato a recupero di parlantina e saliva) del Cerro per il piccante.

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L’ARSENALE ITALIANO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE IN CARLO EMILIO GADDA – seconda parte

1 – Mitragliatrice pesante Saint Etienne M. 1907

2 – Mitragliatrice media Fiat – Revelli Mod. 1914

3 – Fucile mod. 91

4 – Bombe a mano

a) SIPE

b) Thévenot

c) Excelsior – Thévenot P2 (Ballerina)

5 – Cannone da montagna 65/17 – 65 mm, affusto a deformazione, ruote in legno a 12 raggi

6 – Cannone da montagna 70/15 – 70 mm, affusto rigido, ruote in legno a 12 raggi

7 – Cannone 75/27 Mod. 1911 (Dèport) – 75 mm, affusto a deformazione, ruote in legno a 12 raggi

8 – Cannone 87 B (bronzo) – 87 mm, affusto rigido, ruote in legno a 14 raggi

9 – Cannone Lahitolle 95 – 95 mm, affusto rigido, ruote in legno a 14 raggi

10 – Cannone 105/28 – 105 mm, affusto a deformazione, ruote in legno a 12 raggi

11 – Cannone 149 G (ghisa) – 149 mm, affusto rigido, ruote in legno a 12 raggi su 10 cingoli sistema Bonagente

12 – Mortaio 210/8 D. S. – 210 mm, affusto De Stefano

13 – Obice 305/17 – 305 mm, affusto Garrone

14 – Drachen balloon

“E” sull’affusto Garrone di un obice da 305/17. Rappresentava il pezzo da artiglieria più potente e pesante del Regio Esercito durante la prima Guerra Mondiale. Era in grado di lanciare granate pesanti dai 350 ai 45o chili a 17 km di distanza, in batteria il peso totale superava le 33 tonnellate (foto Azzini, Museo della Guerra per la Pace Diego De Henriquez)

Vetterli-Vitali Mod. 1870-87, fucile assegnato alla milizia territoriale all’inizio della guerra mentre il più moderno 91 veniva destinato alla prima linea. Gadda ne parla ne Il castello di Udine  (foto Azzini, Museo della Guerra per la Pace Diego De Henriquez)

Storico militare, attorno a Carlo Emilio Gadda Enrico Azzini ha pubblicato per IBN la biografia del fratello Enrico e una serie di articoli dedicati all’arma per la quale l’ingegnere milanese serbò un profondo affetto e che, perfettamente conservata, avrebbe potuto permettere a Gonzalo la gioia di dare una disinfettatina alla villa, la mitragliatrice pesante St. Etienne 1907.

https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/2017/10/29/larsenale-italiano-nel-giornale-di-guerra-e-di-prigionia-di-c-e-gadda-prima-parte-la-mitragliatrice-saint-etienne-1907/

https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/2018/10/21/saint-etienne-1907-al-museo-della-guerra-per-la-pace-di-trieste/

https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/2017/12/06/saint-etienne-1907-heavy-machine-gun-how-it-works/

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LA MANSUETISSIMA CAGNA

LA MANSUETISSIMA CAGNA è una serie di opere nata da un confronto con l’artista Silvia Mattioli sul dipinto ad olio su tela – uno dei primi usi di questo supporto – San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, circa 1460. La tradizione è quella di Jacopo da Varazze, mansuetissima canis. La serie appartiene al tema psicanalitico inaugurato dal ciclo sul senso di colpa (Madre, Glutammato, Sesso) nel 2017. In questo caso al centro sono paure comuni. La stratificazione offre il pretesto di proporre più livelli narrativi. La storia prevede una Principessa e il vuoto devoto ad ospitare il suo avversario di circostanza sovrapposta, spillata come una pagina sulla sintesi di quell’avversario, tuttavia elementi possono affiancare lo stesso piano della Principessa, come per esempio Pol Pot, oppure emergere ancora più vicini all’osservatore e forse a dio.

MANSUETISSIMA CAGNA n. 1

La Principessa non ha alcun bisogno di San Giorgio. Il drago è un contenitore vuoto, da riempire con tutto ciò che la Principessa cerca di addomesticare nella sua vita quotidiana. Il principio sono i numeri, il calcolo, la regola. La Principessa riuscirà nel suo intento, nonostante sia stata educata a manipolare un’immagine, mentre qui l’avversario è un calligrafismo. In evidenza, sulla spina dorsale, l’ora che appare sul display della sua sveglia; sul corpo e sull’ala destra formule della coppia di forze, simbolo della relazione amorosa e del suo vizio d’esistere, in particolare su quell’elemento in contrasto tra la tensione e l’inerzia; sull’ala sinistra infine alcune date fondamentali per la storia della civiltà eurocentrica.

 

MANSUETISSIMA CAGNA n. 2

La Principessa affronta in questa occasione la malattia. Minacciata dalla bohème, brodo di coltura dell’arte e del tubercolo, grazie all’abbraccio degli alberi riuscirà a mantenere la sanità. Lastre di studenti di diverse facoltà durante il fascismo.

MANSUETISSIMA CAGNA n. 3

Assistita dal sorridente nume tutelare Pol Pot, la cui radicale visione sull’argomento intervenne in modo brutale proibendo calendari e orologi (il possesso era punito con la pena capitale), la Principessa sconfigge il tempo, l’invecchiare e la desquamazione.

MANSUETISSIMA CAGNA n. 4

La forma contenitore del drago avrebbe potuto essere confusa, sostituita, sfumata, invece viene obliterata in maniera rozza, brutale. Alla bestia originale se ne sostituisce un’altra, la chimera, inseguita in più occasioni nelle stesse dichiarazioni della Principessa ai media: tale ricerca ha comportato per sua stessa ammissione errori sostanziali, ma non irrecuperabili.

 

MANSUETISSIMA CAGNA n. 5

L’ultima mansuetissima cagna della serie fornisce un quadro irrisolto. Con la sua definita personalità la Principessa ha addomesticato l’universo della moda e dell’ornato, ma ad un livello più politico diventa dinamica e reagisce strattonando una società danese con buona reputazione che produce nella Repubblica Popolare Cinese come qualsiasi altra società con cattiva reputazione.

Oltre al ciclo di immagini sul senso di colpa e quello sulla mansuetissima cagna Enrico Azzini si è occupato di psicanalisi con LA PISTOLA SOTTO IL CUSCINO, DEI SEGNI – PROGETTAZIONE DELLE ARMI E PSICANALISI e DEI SEGNI – IL TANGRAM POLITICO A TAGLIO TERMICO

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PROGRESSI DELL’AUTOMOBILE IN ITALIA E VIVERE SENZA

Per il terzo anniversario dell’abbandono dell’automobile privata l’autore ha realizzato un complesso affresco del suo rapporto con la mobilità. Altri articoli relativi alla faccenda e sull’uso dello skate come mezzo di trasporto si trovano qui

https://ruotenelvento.wordpress.com/2017/11/21/un-anno-senza-auto-longboarding-the-last-mile/

https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/2016/12/13/vivere-senza-auto-seconda-parte-skate-bus-e-rent-a-car/

https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/2016/12/11/vivere-senza-auto-prima-parte-la-fine-di-unamore-quasi/

 

LEGENDA

Uno storico dell’automobilismo e dell’aeronautica (1) [già inviato di Autosprint, Rallysprint, collaboratore di Volare e di Ali Antiche, capitano della squadra italiana di carro a vela (SIC!), autore di monumentale storia delle quattro ruote da corsa durante il fascismo] rotolando su superbe Moronga (2) sorpassa un mezzo pubblico romano (3) in tutta la sua nostalgica aranciosità. Il veicolo è portatore di informazioni promozionali sulla straordinaria offerta culturale della Capitale – nonché Centro della Cristianità, in questa opera però elemento omesso – in particolare PUSHING MONGO IN THE HISTORY OF CIVILIZATION al Palazzo delle Esposizioni, interi 12 euro, ridotti 10, mongos gratuiti. Lo storico è inseguito dal passato, in forma di vettura o vetturetta da Gran Premio (4) circa 1930; lo storico tuttavia, è bene precisare, non rinnega affatto tale passato, perché la cazzata è stare per ore paraurti contro paraurti mica bruciare metanolo sul quarto di miglio.

Lo sfondo dell’opera è in due sezioni: parte di destra e parte di sinistra. La parte di sinistra rappresenta l’ottimismo degli anni Sessanta. Alla base un manifesto del Partito Socialista Democratico Italiano (5, Saragat, il rispettabile Mario Tanassi poi coi suoi Lockheed C-130, sul 5% da solo, sul 15% col PSI) che per una singolare coincidenza sembra trovarsi sulla direttrice del rider ma quello simbolico:  infatti, al di là della posa punk-anarchia-droghe leggere, una volta raggiunti i venticinque anni anch’egli si dimostra in genere un conformista moderato, e tendente al compromesso, quando non reazionario; poche eccezioni si avvicinano a posizioni che qualcuno potrebbe definire di tradizione radicale. Roma si ripropone in un pino (6, Respighi, ma occhio a quelli nati dalla zolla e non dal pinolo).

Non divaghiamo. Insomma, su questo metaforico o metafisico colle comincia ad inerpicarsi una Fiat 600 (7), l’utilitaria che “ha motorizzato l’italiano”. Nel girone superiore una 1100 H Familiare (8), (o più allegramente Giardinetta: la vettura appare sovraccarica sia perché chi sceglieva una familiare in genere la riempiva sia perché una familiare disponeva di un volume utile che era utile, no come oggi che su una station wagon non entra nemmeno una cassa di birra). Infine una Alfa Romeo Giulietta Sprint (9), un traguardo per l’uomo di successo che magari a taluni non è mai interessato essere.

A sottolineare l’ottimismo, puttini (10) a la Sassoferrato (Giovan Battista Salvi, detto il) sostengono la formula chimica del moplen – la democratizzazione della plastica usa e getta – ma si sarebbero potuti accoccolare sul trattore che sradicava gli ulivi per far posto alla Ilva di Taranto (1965) oppure fare la scivolarella cor culo che nun c’hanno perché sò dù alucce corte corte sotto la ciccia de la magnagorgia sulle onduline di eternit: queste erano le cose del progresso che sembravano potessero render felice l’umanità.

La sezione di destra invece rappresenta la tetra contemporaneità. Si tratta geomorfologicamente dello stesso colle, ma chi ci dice che la Balduina non smotti piano piano (11 e 11 bis) perché il peso della automobili parcheggiate è raddoppiato nell’arco di trent’anni? (scherzo, eh). Qui, con enfasi catastrofista, anche il livello del mare sarebbe in aumento (12) a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Le automobili sono in una coda senza scampo (13), ma lo spirito fazioso con il quale esse sono rappresentate, tutte uguali e tutte tristemente nere, non tragga in inganno. L’autore non ritiene infatti che si attraversi un periodo particolarmente miserabile, piuttosto che l’estetica è QUELLA CHE DEVE ESSERE: eccezionali furono gli anni Cinquanta e Sessanta, gli ultimi dei telai buoni per le fuoriserie dei carrozzieri. Nel mucchio, una Lamborghini Aventador (14, CV 700) è in coda allo stessa maniera di una Tata o di una DR.

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JOHN STEINBECK – FURORE – Come sostituire le bronzine di biella – How to replace rod bearings on a ’26 Dodge

Se l’Americano è pragmatico, lo sarà anche la narrativa? La mattina ti svegli e avverti il bisogno irrefrenabile di dare la caccia ad un capodoglio? Leggi Melville. Ti s’inchioda l’auto e devi sostituire una bronzina di biella? Leggi Furore. Non puoi sbagliare, un manuale. Senza complicate ideologie (tirate in ballo in modo strumentale e fazioso, e bolscevico di qua, e bolscevico di là), di fronte al capitolo XV tutta la forza dell’inno sovietico o dell’Internazionale socialista scade a marcetta dell’AGESCI, proprio ti comincia a montare qualcosa dentro contro i ricchi stronzi. Route 66 Strada dei Profughi, chissà se fra trent’anni i turisti percorreranno con spensieratezza la rotta tra Sabratha a Lampedusa come oggi si prende un Lilo’s Flowering Onion a Seligman. Furore sollecita anche a considerare quali siano le forme dirette o indirette nelle quali si esercita la Violenza dello Stato o degli elementi che consideriamo Stato, uno per tutti lo sceriffo-poliziotto. E’ difficile stabilire quante possano essere state le vittime in qualche modo legate alla Grande Depressione. Se questa non risparmiò nessuno, le conseguenze più drammatiche per gli Stati Uniti furono fortemente regionalizzate. In realtà l’aspettativa di vita crebbe anche anche in quegli anni, come diminuì il tasso di mortalità (nonostante l’incremento del numero dei suicidi, che però rimane sempre marginale sul totale), rispettando il paradosso che vedrebbe l’inversione di tali parametri caratteristica dei periodi espansivi (1). L’epica degli Stati Uniti è sempre stata abile nel sopravvalutare gli avversari per celebrare impareggiabili virtù e il suo destino vittorioso. Sembrava che nulla poteva resistere ai Giapponesi, ma la superiorità del sol Levante non durò che sei mesi. Già da Midway (giugno ’42) le operazioni nel Pacifico aveva preso tutta un’altra piega.  Al netto dei riarmi e delle entrate in guerra, le democrazie se vogliono riescono ad essere coercitive e brutali quanto i regimi esplicitamente autoritari. Dipende sempre da chi ci rimette. Poveri, affamati, sudditi delle colonie, nasi fatti così invece che colà, vagabondi, scomodi, diversi, eccetera eccetera. Sarà comunque proprio il conflitto mondiale che porrà nominalmente fine alla Grande Depressione, mentre per un’altra catastrofe sociale come la segregazione razziale bisognerà attendere ancora una trentina d’anni.

La macchina devasta e la macchina offre la redenzione. Cacciati via dalle trattrici dei latifondisti, i vecchi mezzadri devono imparare a guidare per trovare nuova terra.

La famiglia s’era adunata nel luogo più importante, attorno all’autocarro. La casa, i campi, erano cose morte, cose del passato: l’unica cosa viva, attiva, era la macchina, emblema del presente e del prossimo futuro. La veneranda Hudson, col suo radiatore ammaccato, imbrattata di grasso e di polvere, mezza carro e mezza berlina, era questa ormai il nuovo focolare, il fulcro vivente della famiglia. (p. 97)

Steinbeck alterna la lotta per sopravvivere della famiglia Joad a capitoli con sguardi d’insieme e voci rubate in giro, come appunto il già citato capitolo XV. Memorabile anche il VII su una certa spregiudicatezza del concessionario d’auto che approfitterebbe dello stato di necessità degli straccioni profughi smaniosi partenti versando per esempio segatura sugli ingranaggi della trasmissione per smorzare eventuali rumorini a presagio della catastrofe. Furore è talmente ricco da far parlare lo storico, l’agronomo, la femminista (è mamma che tira avanti la baracca), il meccanico d’epoca, lo scettico religioso, lo studioso dei cambiamenti climatici dovuti all’ipersfruttamento dei terreni e quello dell’origine dei confini tracciati col righello (dust bowl e panhandle), l’assistente di Rita Bernardini, il nostalgico della scuola de le Frattocchie.

Per quanto giudicata eccessivamente libera e carica di omissioni, la versione in circolazione fu tradotta dal misterioso Carlo Coardi (2) nel 1940 e contribuisce alla liricità e alla tensione del romanzo. Perché cercarne uno diverso quando puoi leggere Sotto le sferzate della pioggia tutta la terra bisbigliava, e accogliendo i precipiti torrenti i fiumi tuonavano?

(1) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2765209/ 

(2) https://rivistatradurre.it/2012/05/il-fantasma-italiano-di-tom-joad-2/

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NOTE DA BAR SU CARLO EMILIO GADDA

Stavo rileggendo la Cognizione quando vado a prendere un caffè con un’amica insegnante che in quel periodo alternava lezioni in un istituto agrario e in uno specializzato per sordomuti. Normale quindi pensare al Gaetano Palumbo – tra l’altro quest’amica è stata fidanzata con un Palumbo per anni – vero nome del Pedro Mahagones. Su tutto domina la stella pura di Enrico, sole del quale un raggio purtroppo è il 9,81 m/s² che lo trascinerà giù il 23 aprile del’18. 

Una tigre nel parco (in Le meraviglie d’Italia, 1939), avventura, Castello di Milano e trauma infantile-marmellata in “jungla improvvisamente fetida”.

 

Dettagli sullo stato delle strade, di quello dei piedi e di quello dell’alimentazione popolare nel Maradagàl.

 

Tentativo di illustrare alcuni concetti relativi alla classificazione del delirio. Gadda-Gonzalo, accusato di delirio intepretativo, si difende dall’accusa in L’Editore chiede venia del recupero:

E. La ossessione di Gonzalo non sembre avere per limite, per punto di deflagrazione, un <<delirio interpretativo della realtà>> o un sogno gratuito alla don Quijote: nasce e discende invece <<dagli altri>>, procede dagli altrui errori di giudizio e dalle altrui, singole o collettive, carenze di contegno sociale.

La didascalia di questo primo esempio riporta: 

2,I: la mente, condizionata da esperienze pregresse *, fa percepire la realtà di un elemento chimico a struttura quadrata o tronco-piramidale come un triangolo tatuato sull’avambraccio di un 30enne che sta sorseggiando un mojito al Singita di Fregene

* o dalla forma di un desiderio

 

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