ENRICO AZZINI – RECENSIONI 2009 – 2017

GADDA LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

GADDA & LETTERATURA ITALIANA

C. E. GADDA – LETTERE A GIANFRANCO CONTINI

C. E. GADDA – LETTERE A UNA GENTILE SIGNORA

C. E. GADDA – PER FAVORE MI LASCI NELL’OMBRA

A. LIBERATI – IL ‘MIO’ GADDA: PADRI, MADRI, ZIE – E UNA E.

F. T. MARINETTI – L’ALCOVA D’ACCIAIO

F. ROSA – GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI

V. ZEICHEN – POESIE 1963 – 2014

LETTERATURA & CULTURA AMERICANA & NEW JOURNALISM

NEAL CASSADY – I VAGABONDI

JOAN DIDION – PRENDILA COSI’

JOAN DIDION – WE TELL OURSELVES STORIES IN ORDER TO LIVE

STANLEY ELKIN – IL SANGUE DEGLI ASHENDEN/CONDOMINIO

COTTEN SEILER – REPUBLIC OF DRIVERS

TOM WOLFE – L’ACID TEST AL RINFRESKO ELETTRIKO

TOM WOLFE – MALEDETTI ARCHITETTI

TOM WOLFE – RADICAL CHIC

DIDION PLAY IT AS IT LAYS 02

CLASSICI DI LETTERATURA AERONAUTICA

TOM CLANCY – STORMO DA CACCIA

AMELIA EARHART – FELICE DI VOLARE

WILLIAM FAULKNER – OGGI SI VOLA

ANDRE’ MALRAUX – LA SPERANZA

TOM WOLFE – LA STOFFA GIUSTA

MICHAEL WOOD – GO AN EXTRA MILE

CONTEMPORANEI DI STORIA AERONAUTICA

ANTONIO CASTELLANI – MAYDAY: ALLARME NEI CIELI

GIUSEPPE D’AVANZO – ALITALIA: ASCESA E DECLINO

FRANCESCO GRECO – LA FIONDA DI DAVID

ALFREDO STINELLIS – STORIA DI UN AEROPORTO: DA ROMA LITTORIO A R. URBE

QUANDO VERRA' LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD - SAID SAYRAFIEZADEH

LETTERATURA DI SCIVOLAMENTO [REALE E APPARENTE]

NICK HORNBY – TUTTO PER UNA RAGAZZA

FLAVIO PINTARELLI – STUPIDI GIOCATTOLI DI LEGNO

SAID SAYRAFIEZADEH – QUANDO VERRA’ LA RIVOLUZIONE AVREMO TUTTI LO SKATEBOARD

Annunci
Pubblicato in automobility, carlo emilio gadda, cotten seiler, futurismo, international 3/4 ton, joan didion, ken kesey, letteratura americana, lucia rodocanachi, luigi russolo, maledetti architetti, neal cassady, stanley elkin, tom wolfe, valentino zeichen | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

L’ARSENALE ITALIANO NEL GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA DI C. E. GADDA – prima parte: LA MITRAGLIATRICE SAINT ETIENNE 1907

Allo scoppio della Grande Guerra uno dei settori nei quali l’Italia poco si era adeguata alle caratteristiche di un conflitto moderno era quello delle mitragliatrici. Mentre proseguiva lo sviluppo di modelli nazionali, ecco che vennero acquistati in buon numero diversi modelli stranieri, sia inglesi, con la Maxim-Vickers con calibro ridotto dai 7,65 mm originali ai 6,5 standard del Regio Esercito, che francesi, con la Hotchkiss e la Saint Etienne, entrambe 8 mm Lebel (8 x 50). Già dall’aspetto la Saint Etienne ha qualcosa che punge, soprattutto se dotata del cacheflamme. La sensibilità meccanica di Marinetti non poteva esserne immune, tanto dal cantarla in L’Alcova d’acciaio e facendone “la leggendaria Dama al balcone della brigata Casale”:

Ricordo di aver per il primo nella mia Battaglia di Tripoli paragonato la mitragliatrice a una donna seducentissima perfida capricciosa e crudele con la sua lucente cintura di cartucce. Trovo ora che l’immagine è precisa, specialmente se si tratta di caratterizzare queste nostre mitragliatrici ‘S. Etienne’ vendute dalla Francia all’Italia, più parigine e più femminili di ogni altra mitragliatrice, più passionali e più perfide. (1)

Se invece se ne analizza la meccanica è necessario pensare che quando si introduce un nuovo e rivoluzionario strumento si assiste ad una deflagrazione in tutte le direzioni: si esplorano tutte le possibilità compatibili con la tecnologia. Solo dieci anni dopo molte delle soluzioni adottate risulteranno incomprensibili o addirittura stravaganti. Succede con il motore d’aereo più diffuso dell’epoca – il rotativo – e accade anche con molte armi automatiche, i due dispositivi che hanno cambiato il volto della guerra del Novecento. I contemporanei, meri utilizzatori, sono gli unici a non farsi troppe domande.

Forse verso nessuna altra arma che non fosse la Saint Etienne poteva convergere Carlo Emilio Gadda, che comandò prima una Sezione e poi una Compagnia Mitragliatrici fino al tragico epilogo (per molte certe sue aspirazioni in firma di Duca di Sant’Aquila, non per la Patria, che risorse) di Caporetto. L’originale meccanismo interno deve aver suscitato il suo l’interesse, anche se la complessità la rendeva facile all’inceppamento. Era tuttavia unico, con un asta di armamento che al contrario di tutte le altre mitragliatrici si muoveva in avanti invece che indietro, e poi rovesciava la necessità incameratrice dell’otturatore con un pignone e cremagliera. Non una solida giustificazione tecnica in realtà, ma lo scavalcamento di un brevetto che perfettamente si innestava sul modello dal quale la Saint Etienne deriva in maniera assolutamente diretta, la Puteaux 1905. L’alimentazione era inizialmente a clip metalliche da 25 colpi, un elemento che contraddistinguerà le armi francesi e anche italiane differenziandole dalla preferenza britannica e tedesca per i nastri in tela, più sensibili all’umidità. Sì, infilati nelle lastrine i proiettili, l’insieme dà del pettine. I nastri in tela arriveranno in servizio più tardi, senz’altro disponibili nell’ottobre del ’17 (2). Si parlò anche, sul modello francese, di una standardizzazione del calibro:

Ancora dice la circolare che nei parchi d’armata vi è un quantitativo di armi di riserva nella misura di una per ogni reparto: e ancora che si pensa a sostituire il calibro Lebel delle 1907 F (S. Etienne) col calibro mm. 6,5 del 91 nostro. (3)

Elemento assolutamente unico della mitragliatrice pesante Saint Etienne era il parafiamma. Si componeva di un involucro a forma di mantice con un gonnellino nella parte inferiore. Ingaggiato sul grilletto si trovava poi il regolatore idraulico che poteva  cadenza di tiro dai 600 a pochi colpi al minuto. In una guerra dove occorreva lavorare duramente la montagna per preparare difese ed attacchi, Gadda ne rilevò l’utilità nei noiosi tiri di disturbo.

E Gonzalo nella sua immaginazione l’ha conservata, nella cassa che ha riportato dalla guerra, ottimisticamente alleggerita (la Saint Etienne 1907 pesava da sola circa 26 chili, altrettanti l’indispensabile affusto), pronta a ristabilire il (suo, cioè di lui proprio) principio etico tra i Proci che banchettano approfittando della generosità della madre:

Eccola! Estraeva dall’astuccio la leggera mitraglia, ne riprovava a vuoto il congegno…. Tutto era lucido, come allora, ingrassato ogni dente, ogni nottolino, come allora…. la vasellina pareva pennellata da jeri. Ecco il caricamento e il ricupero: funzionavano? oh! se funzionavano! Tatràc, la molla! il gancio. Come sulla spalla del monte. I caricatori eran lucidi, con acute punte, come pettini, come quando se ne insigniva il terriccio rosso, alla caponiera del Faiti: o nel mezzogiorno senza trincere, pronti, dentro il fetore, tra le scaglie del sasso, a cinque minuti dalla risposta.

Scendeva: le scale di casa sua, scendeva. La sala era piena di gaglioffi. Si piazzava allora sul terrazzo, ritto, a gambe larghe sul terrazzo di casa sua, con la pistola a mitraglia, come tenesse un bel mandolino, da grattarlo! da grattarlo ben bene, quel mandolino. Tatràc: la molla, il nottolino, il gancio. Un caricatore lucido, un pettine. La canna del mandolino infilava la sala. Oh! che bella romanza, che manduline, checcanzuna, che marechiare, nella casa liberata! disinfettata! (4)

Le componenti principali del meccanismo della Saint Etienne 1907 con il complesso blocco otturatore, il pignone (con relativa camma di chiusura), la cremagliera, la leva di scatto e quella che agiva sul percussore. Si tratta di una replica realizzata dall’autore.

(1) L’alcova d’acciaio, Vallecchi, Firenze 2004, p. 35

(2) GGP, Garzanti, Milano 2002, p. 274.

(3) Ibidem, p 138, alla data del 18 luglio 1916.

(4) Cognizione, Einaudi, Torino 1987,  p. 434 e sg.

Questa parte dedicata alla mitragliatrice Saint Etienne è un breve estratto da L’ARSENALE ITALIANO NEL GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA di Enrico Azzini, già autore di IL TENENTE PILOTA ENRICO GADDA – BREVE VITA DEL GADDA BELLO, SPENSIERATO E AVIATORE (2014, IBN Editore)

Pubblicato in 8 x 50 lebel, ansaldo lancia 1Z, cacheflamme, carlo emilio gadda, futurismo, saint etienne 1907 | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

IL MONDIALE DI F. 1 1982 – IL FUOCO E LA MORTE DI RICCARDO PALETTI

Quando entro nella scatola la sera del 13 non penso più solo a Villeneuve, ma anche a Paletti. L’incidente di Riccardo Paletti non è reale. E’ stilizzato, del vetro colorato di celeste Saima e di giallo Agip montato nel piombo della vetrata di una cattedrale assediata da una nebbia acre ed inestinguibile. Tampona pieno Pironi al quale si è spento il motore, non c’è alcuno scarto, è l’incidente causato da un bambino brutale che gioca. Non c’è dispersione, non ci sono rottami, con c’è compassione ma solo compressione, non c’è immaginazione. C’è un cameraman con la maglia gialla con la maglia gialla con la maglia gialla che riprende a poco meno di un metro dalla monoposto. E poi il fuoco. Una lingua lo segue mentre indietreggia, al cameraman con la maglia gialla con la maglia gialla con la maglia gialla e non c’è modo, non c’è proprio alcun modo per dei piccoli estintori a mano di sconfiggere 200 litri di benzina.

[…]

È venuto il tempo di Monza. Monza non mi è mai piaciuta, almeno fino all’anno precedente. E’ stato a Monza che ho percepito per la prima volta cosa significhi un’assenza. C’è tutto quel fumo nero, e le fiamme, fiamme gialle e rosse, veramente a colori, lì sullo schermo del televisore dell’albergo. È una diretta a colori, fuoco a colori, vedo a colori il mio primo fuoco a colori. Ti accorgi che una parola complicata, embolia, può spartire anche la tua vita, tra quella dove c’era Peterson e quella dove non c’è più. Ma alla vigilia del Gran Premio d’Italia 1981 ho conosciuto Antonella, e questo basta a cancellare tutte le cose negative legate a Monza. Anzi, cancella qualsiasi cosa, perché non ho avuto alcun desiderio di vedere la Formula Uno il giorno dopo quell’incontro. La televisione era accesa e io ero distratto, quando ho intravisto il podio con Prost, Jones e Reutemann sono uscito e sono tornato dove l’avevo incontrata, c’erano gli altri, ma continuavo ad essere assente, e la parte più assente di me era lo stomaco.

Questo è un breve estratto de Il Mondiale di Formula Uno del 1982, il nuovo romanzo di Enrico Azzini. L’anno del successo di Rosberg, della morte di Villeneuve e Riccardo Paletti (e infine di Colin Chapman), di Renato Croce che comincia ad affermarsi come uno dei più brillanti e misteriosi piloti italiani, della guerra delle Falkland, ma soprattutto l’anno dell’inizio di un’amore. Dopo 35 anni quell’amore continua a segnare con la sua impronta la vita di due persone, 35 anni che hanno affilato caratteri ed esigenze in mezzo ad una Storia che si è radicalmente trasformata.

Pubblicato in autodromo di monza, Colin Chapman, concessionario ferrara, renato croce, riccardo paletti | Contrassegnato , | Lascia un commento

GO AN EXTRA MILE – Michael Wood e le origini degli AMREF FLYING DOCTORS

MICHAEL WOOD FLYING DOCTORS - GO AN EXTRA MILE.JPG

La felicità dell’uomo non è nella libertà, ma nell’accettazione di un dovere (dalla prefazione di André Gide a Volo di notte di Antoine de Saint-Exupery)

L’African Medical and Research Foundation nel 1957 non era che un’idea. Come questa organizzazione medica che porta assistenza nelle più remote comunità dell’Africa Orientale sia potuta diventare una ONG articolata con 172 progetti attivi in 26 Nazioni e abbia salvato direttamente o indirettamente – con le cure sul campo, con la prevenzione e l’educazione sanitaria – centinaia di migliaia di persone ce lo racconta uno dei fondatori, Michael Wood, che fin dai primi anni della sua permanenza a Nairobi intravide nel mezzo aereo l’unica possibilità di raggiungere le località più isolate di un vasto territorio (Kenya, Tanzania, Uganda, una parte della Somalia) allora sotto amministrazione britannica.

Quella narrata in GO AN EXTRA MILE è tutta una vita nella quale si deve attingere fino in fondo alla flessibilità anche mentale e all’improvvisazione. E’ difficile che in un Policlinico si possa considerare il cacciagomme del Land Rover come uno strumento per rimettere al suo posto la testa di un omero dislocato da 4 mesi. Lì, accuratamente pulito e sterilizzato, funziona, deve. Valide per il chirurgo, elasticità mentale e improvvisazione diventano vitali per il bush pilot quando dovrà affrontare rinoceronti in atterraggio, piste completamente allagate e le difficoltà di un volo che prevedeva come assistenze il coraggio delle decisioni – anche quella più difficile, quella di tornare indietro – e al massimo un radiofaro. E anche se l’aereo – dal Piper Tripacer, nel quale un barellato inquieto desta qualche preoccupazione nel pilota, ai bimotori Aztec e Twin Comanche: Wood non crede nell’ala rotante, plana poco in caso di avaria – ruba la scena, una protagonista più silenziosa del Flying Doctors Service è la radio. Porta conforto e morale, permette di risolvere situazioni senza dover ricorrere a costose ore di volo, ti fa trovare quello che ti serve quando ti serve. Ci troviamo di fronte ad un quadro complesso nel quale agisce una rete di persone capaci che sovraintende ad elementi che vanno dalla realizzazione delle infrastrutture – con le piste in posti complicati come il Passo di Marich, per esempio – alla formazione delle indispensabili infermiere, dalla elaborazione di messaggi comprensibili per una cultura diversa dalla nostra all’attività che, seppur ripetitiva e lontana dall’azione, è quella che permette di far girare tutta la macchina, il reperimento dei fondi in tutto il mondo.

Se uno degli elementi fondamentali è la prevenzione, oggi appare paradossale come anche Wood abbia speso risorse ed energie per avviare campagne di vaccinazione che in certi casi confliggono con tradizioni millenarie e 50 anni dopo una parte della stessa società che le ha imposte le contesti in nome di superstizioni più stravaganti di un bastone magico. Wood riflette sui costi di 177 bambini affetti da polio e non tutti, quelli di sofferenza umana di chi dovrà essere sottoposto a cure ortopediche, fisioterapia e protesi e di coloro che dovranno assisterli, fanno in finale un conto preciso. Se questo fenomeno di ritorno era al suo tempo inimmaginabile, già era evidente per il chirurgo britannico quel morboso interesse dei medici per le sofisticate tecnologie dedicate alla cura di malattie che incidono su una percentuale assolutamente minima della popolazione.

Un ampia parte del libro è dedicata al Safary Rally, al quale Michael Wood partecipa come navigatore del genero Robin Ulyate. Si tratterà, quella del ’68, di un’edizione epica (come tante altre cosette accadute in quell’anno), flagellata da piogge straordinarie. Sesti al traguardo con una Ford Cortina GT, entreranno, scavallando profondi binari di terra e sorvolando torrenti, nella leggenda degli unsinkable seven.  E’ proprio questo uno degli aspetti più straordinari e piacevoli del libro, l’attraversare con semplicità, fede, senso del dovere e spirito da sportsman tutto quello che rende un uomo un uomo, che lo gratifica, che lo pone di fronte alla propria coscienza e alle proprie responsabilità.

Il mondo che descrive Michael Wood era completamente diverso già solo per i tempi. Con la moglie Susan e due figli piccoli parte da Victoria Station per Parigi, poi Marsiglia, due settimane di navigazione, Porto Said, il Mar Rosso e finalmente Mombasa. E’ il mondo che emerge da una Guerra Mondiale ed il Continente con il quale Wood stabilirà un legame assoluto e inscindibile lascerà poche Nazioni – tra queste proprio il Kenya – quasi immuni dai tumulti dell’indipendenza. Accanto al senso di colpa e ai dubbi dell’Occidente brilla ancora una certa nostalgia di quel Westminster System che avrebbe saputo governare il mondo con giustizia e saggezza, per sempre. Nuovi problemi cominciavano a profilarsi, ma insieme ad essi anche nuove incredibili prospettive – come i primi esperimenti di telemedicina via satellite – in grado di cambiare radicalmente l’assistenza sanitaria nelle aree più isolate del pianeta.

Michael Wood, GO AN EXTRA MILE, Collins, London, 1978, p. 164 – usato su ebay o amazon, dai 15 euro senza spese postali

Testo e foto di Enrico Azzini per ruotenelventonetwork/aviodada

Pubblicato in african medical and research foundation, amref, attilia archi, bush pilot, flying doctors, michael wood, Senza categoria, unsinkable seven | Contrassegnato , , | Lascia un commento

IN A WHITE ROOM – A 2001 A SPACE ODISSEY STORYBOARD

2001-a-space-odissey-storyboard-6

La stanza dove l’e.v.a. pod si arresta dopo tutto quel botto di lucine e valli virate è solo per David Bowman, come Davanti alla legge di Kafka? Era pensato per un essere umano generico? La sua esistenza si consumerà in tempi reali o in tempi cinematografici? Non c’è un libro. E’ un neoclassico estremamente dignitoso oppure decadente, “immagine della sua razza” come afferma Giovanni Mongini (Storia del Cinema di Fantascienza, Fanucci, 1977)? Se avessero girato a Hollywood invece che nell’Hertfordshire? Farsi ed entrare nella Galleria Borghese? Cos’è un draobyrots?

2001-a-space-odissey-storyboard-7

The white room where after that mess the E.V.A. pod stops is just for dr David Bowman as Kafka’s Before the Law? His life since then will consume following a human or a movie time? Was the white room conceived for a generic human being? We can see a writing desk but not just a book. Do you feel that style respectable or decadent, “an image of his race” as Giovanni Mongini says in Storia del Cinema di Fantascienza (Fanucci, 1977)? Thing would have been different – less neoclassical – if Kubrick was shoting in Hollywood instead of Hertfordshire? Get stoned and get in the Galleria Borghese. What’s a draobyrots?

Pubblicato in 2001 a space odissey, david bowman, letteratura americana, stanley kubrick, white room | Contrassegnato , | Lascia un commento

VIVERE SENZA AUTO seconda parte: SKATE, BUS E RENT A CAR

capolinea-cornelia

Il livello di benessere aumenta con un Capolinea di sostanza – come questo a Cornelia – dietro casa

Parlarne male è un esercizio così ordinario, eppure a Roma i mezzi pubblici FUNZIONANO. Può magari dirti culo, con una Metro sotto casa e i Capilinea dietro, ma a parte i ½ orari – al di fuori della punta e del ritorno scolastico – più i puntuali scioperi del venerdì,il sistema gira discretamente.

Muoversi è una combinazione e l’ostinazione non porta da nessuna parte. Prendendola bella larga, scrive Robert Henlein – uno dei Big Three della SF insieme ad Asimov e Clarke – in Lazarus Long, l’Immortale:

Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto appetitoso, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti. 

dscn5780-copia

Un’altra soluzione è la bicicletta. Ci abbiamo provato a girare in città e fuori anche a vela con diversi prototipi, ma si trattava di puro cazzeggio (foto Di Renzo). Una pieghevole come questa Chiorda Safari con rapporto unico (dovrebbe essere un 22/42) permette di andare ovunque, piano ma ovunque. La gamma offerta dalla grande distribuzione come Decathlon e un accesso sempre più semplice alla pedalata assistita rendono lo spostamento su due ruote teoricamente alla portata di tutti senza troppi sbattimenti.

guidare-auto-a-noleggio

Il noleggio rappresenta una formula estremamente conveniente se si ha bisogno di un’auto per qualche giorno. Offre anche l’opportunità di provare vetture appena uscite sul mercato, tante per levarsi uno sfizio o per valutare un futuro acquisto. Tuttavia, anche rimanendo nello stesso modello si possono guidare splendide sorprese ma anche indimenticabili delusioni: la Ford Ka prima serie (Endura 1.3) era una bomba divertentissima, la seconda serie (Duratec 1.2) un polmone assolutamente deprimente.

Negli anni si sono moltiplicate le alternative. Blablacar è un modo tanto conveniente quanto divertente per viaggi a medio raggio. Se i servizi come EnJoy e Car2go risultano convenienti solo lungo una direttrice netta e non per orbitare, un noleggio tradizionale a 40 euro per un fine settimana mette a posto ogni cosa.

skate-in-citta

Un rider procede tranquillo in una strada del quartiere senza traffico. Commuter ideale per i tragitti a brevissimo raggio, richiede una certa testa per evitare problemi a sé stessi, agli altri e all’atteggiamento comune nei confronti di questo personal mover (immagine tratta dal video SKATE & STREET ART A BOCCEA)

E infine c’è lo skate. Per muoversi nel quartiere è l’ideale. Stai a posto con l’art. 190 del Codice della Strada? No, ma il buon senso dovrebbe invitare chi ci si muove a tenere un basso profilo, e i controllori a tollerare un’alternativa sostenibile.

longboard-parco-lineare-roma

Una terrazza alla fine del Parco Lineare, sul tetto di un Centro della Civiltà Occidentale, più o meno. Per muoversi nei centri urbani anche giganteschi come Roma senza ricorrere al mezzo a scoppio privato una rete efficiente di piste ciclabili potrebbe far comodo. Certo, poi bisogna mantenerle e il Parco Lineare, a soli 2 anni dall’apertura, è già per gran parte sgretolato.

Leggi la prima parte VIVERE SENZA AUTO: QUASI LA FINE DI UN’AMORE

Pubblicato in automobilismo, automobility, guidare negli stati uniti, mobilità sostenibile, personal mover | Contrassegnato , , | 1 commento

VIVERE SENZA AUTO prima parte: QUASI LA FINE DI UN’AMORE

Ici même les automobile ont l’air d’être ancienne

(G. Apollinaire, Zone, 1913)

Per quale ragione dovrei ancora possedere un’automobile?

L’automobile ha rappresentato una parte fondamentale di una vita privata e professionale. Giovane maschio italiano medio, lettore di riviste specializzate e sognatore, frequentatore di rassegne motoristiche, guidatore di auto dal carattere ben definito (i primi stipendi da cinematografaro? Spitfire MkIV!) e, a ventitre anni e per tutti gli anni Novanta, corrispondente e inviato per quelle stesse riviste specializzate che erano state lette nel decennio precedente.

enrico-azzini-inviato-autosprint

ruotenelvento, inviato di Autosprint e Rallysprint, al parco chiuso del Rally di Ceccano sollecita Renato Travaglia – pilota ufficiale Peugeot e protagonista dalla metà degli anni Novanta della scena rallystica nazionale – a ricordare in quale p.s. era successo qualcosa di evidentemente importante (foto Marcello Angiolella)

Poi, all’improvviso, l’abbandono. Il significante che si è consumato, rendendo scettico sull’ostinazione all’uso della parola per descrivere. Il successo era la sintesi che prelude allo slogan e il pezzo più gratificante riguardava come si prepara un cambio per una gara in salita, tutto in 35 righe standard. Uno scetticismo ancora maggiore caratterizzava l’atteggiamento nei confronti della Produzione. Minoranze Etniche 2600 (2000) rappresentava l’apertura di un discorso di forte critica nei confronti del dettaglio e dei media che si occupano di Automobile. Il caso dei diesel VW mostra che anche la fiducia nei numeri crudi è sempre mal riposta, come mal riposta è la fede di tenere una tonnellata e mezza per strada per utilizzarla in media due ore ogni due settimane.

minoranze-etniche-2600-copia

Alla rievocazione del Circuito dell’Agro Pontino, a Latina, ruotenelvento passeggia tra le auto descritte nel suo BOLIDI ROSSI E CAMICIE NERE, un testo ancora unico per conoscere la storia dell’automobilismo in Italia durante il Fascismo.

Dal punto di vista ideologico il fordismo ha rappresentato la banalizzazione dell’automobile. Non per aver organizzato la produzione di massa, ma per averne ABBASSATO IL COSTO. Stabilisci un obiettivo: per esempio, fare una telefonata. Il primo telefono mobile lo paghi un paio di milioni di lire. Venti anni dopo, se devi SOLO fare una telefonata, con un apparecchio portatile puoi acquistarlo con quanto? 19 euro e 90? Ford portò il prezzo medio della T dagli oltre 800 del 1908 ai 360 del ’27, quando la vettura uscì di produzione. In sintesi, ci pensò l’introduzione del model year – ogni anno ti cambio la cornice del radiatore che ti farà venire dei sensi di colpa se rimani indietro – a mutare le cose e a farne un oggetto di status. Poi luci ed ombre tra gli effetti collaterali nelle scienze umane, tra i positivi un inarrestabile strumento di emancipazione degli Afro-Americani, tra i peggiori un inarrestabile abbrutimento pendolare.

Sorvolo sull’horror vacui che ha preso per mano il design, complice il bastone delle sinergie. Tra le grandi sorprese dei tempi moderni: che sull’IFE della Delta si poteva ascoltare Pete Seeger e che la Renault Twingo – che oggi condivide il pianale con la Smart Forfour – era diventata a trazione posteriore. Negli anni Ottanta, concentrati esclusivamente sul cx, un cofano con la parte centrale più bassa sarebbe stato stigmatizzato solo perché spioveva dalla parte sbagliata, ostacolando il più favorevole dei flussi.

chevy-corvair-beetle

Da qualche parte in Arizona (Seligman?) due delle vetture – la razionalità della VW e la “pericolosità a qualsiasi velocità” della Chevy Corvair – che incrinarono la monoliticità dell’automobilismo USA. E’ questo il trip che ancora affascina dell’automobile.

Come prima la Stampa e poi l’Informazione, l’Automobile come mezzo di trasporto privato è morta. Molti elementi di quel piacere novecentescamente primordiale e istintivo sono scomparsi e io non riesco a tenerli in vita attaccandogli un tubo: nel design e nell’abbandono della funzione che seduce la forma, nell’utilizzo, nel desiderio di appartenere ad una mitologia. Ma la narrazione intorno all’oggetto no, ovviamente, la sua rappresentazione, da Ballard a Didion, da Cassady a King.  E l’automobile come gioco, come mezzo non utilitario, come gioia pura, rimane ancora nei miei obiettivi, con l’ambizione di poter schierare una Nitro Fuel Altered sulla strip di Famoso.

Famoso non lo sapeva nemmeno la benzinaia a Bakersfield. Va cercato nei dintorni, dove si alternano coltivazioni intensive di alberi da frutta e pozzi di petrolio. Nel 1959 riunì l’est all’ovest e l’atmosfera piuttosto rilassata le diede il titolo di Woodstock delle gare d’accelerazione.

Sempre su https://ruotenelventonetwork.wordpress.com/ le alternative  VIVERE SENZA AUTO seconda parte: SKATE, BUS E RENT A CAR

Pubblicato in american car, automobilismo, automobility, cotten seiler, drag racing, famoso raceway dragstrip, joan didion, ken kesey, neal cassady | Contrassegnato , | 1 commento

GUIDA QUASI GALATTICA PER VOLONTARI ANIMALISTI – Fabiana Rosa

cover-jpeg

Fabiana Rosa condensa in Guida quasi galattica per volontari animalisti tutto il discorso che ruota intorno a Progetto Quasi, l’Associazione fondata nel 2012 per dare una possibilità ad un mucchio di animali anziani, disabili, abbandonati, in genere percepiti dal mondo esterno molto spacciati. L’autrice è stata abile nel costruire una rete non solo efficace per raggiungere l’obiettivo, ma sempre più proiettata verso l’esterno. Tanto per citare solo quelli che partecipano al libro, ha coinvolto Zero Calcare per la cover e Iacopo Melio (#vorreiprendereiltreno) per la prefazione. Il suo punto di vista poggia solido sul basalto dell’esperienza e sulla professione di terapista neurocognitiva per bambini disabili, che già dovrebbe scoraggiare i crociati dell’òccupati di chi ha veramente bisogno se questi avessero una scaglia di coscienza.

Da list-addict l’autrice snocciola il catalogo delle categorie coinvolte e contrapposte nella madre di tutte le battaglie, che poi sarebbe quella per liberare canili e dare una mazzata al randagismo. Facciamo ingresso in un settore dove purtroppo accanto a tanta gente che da una parte si fa il culo quadro e dall’altra si ciuccia relitti e spese relative, prolifera una gran massa di volontari – che supplisce a tante funzioni delle quali dovrebbe farsi carico lo Stato – e di adottanti di merda, vocal-ist, Basaglia Girls, regalisti a tradimento.

“La maggior parte delle persone ha una vita normale e vuole solo un cane, non vuole sentirsi rivolgere un pippone sul suo stile di vita”: infatti il problema è questo impeto moralistico, in un ambiente nel quale Fabiana Rosa rimane lucida nel distinguere tra etica e morale, nel mantenere una consapevolezza situazionale della faccenda e di considerare il gran culo che hanno gli analfabeti funzionali di vivere nel magico mondo dei social.

Rosa è anche un po’ Gadda: esplora fino allo sfinimento tutte le possibilità della parola: è difficile trovare uno sfascione descritto allo stesso modo: ovviamente lo sfinimento riguarda la parola, non la Rosa. Per questo assume rilievo uno degli elementi che costituisce il successo per l’inconsapevole animale: lo scrivere appelli decenti. Benché tutti conoscano questo stile, come anche un certo andarci pesante, Fabiana Rosa illustra con precisione molti punti importanti, tipo le spese necessarie e più comuni per mantenere, curare, stallare, trasportare. L’odissea di un Cicciopallo esemplare è poi la rappresentazione di una situazione nazionale per la quale uno sfascione di Modena NON DEVE finire a Reggio Calabria, scopri il perché. Infine tutto lo strazio del capitolo Incontri: potrebbe non reggervi la pompa, nè il dotto lacrimale.

Ora questo è un saggio. Su un argomento che conosce alla perfezione. Il linguaggio e la visione creano delle aspettative nei lettori. Vogliamo la narrativa. Vogliamo le storie del bar dei rimasti.

Fabiana Rosa – Guida quasi galattica per volontari animalisti – Voce in capitolo, 2016, formato e prezzo Kindle euro 5,90

Pubblicato in fabiana rosa, progetto quasi | Contrassegnato | 1 commento

James Leo HERLIHY – UN UOMO DA MARCIAPIEDE

UN UOMO DA MARCIAPIEDE RECENSIONE 04

Un set up proprio niente male per una domenica estiva di novembre: Un uomo da marciapiede di Herlihy, Bustin hollow core 2015 grafica di Demencia Beivide, Gullwing Charger, Minizombie 78a

Mannaggia: l’autore ha un nome terribilmente maldestro, nemmeno connotato etnicamente: un Malakian sai da dove viene, un Goldberg sai da dove viene, un Sashiro sai da dove viene, un Rizzo sai da dove viene e così via. Ma Herlihy?

Il protagonista però ha stile, mi piace, soprattutto quando alla comparsa di Manhattan

La mano di Joe scivolò verso l’inguine, ed egli si disse Me lo prenderò in mano, lo farò roteare e ci prenderò al lazo tutta questa fottuta isola.

Quanto suona freddamente pragmatico il pijamose Roma di Romanzo criminale. Così si muove Joe, perseguitato dal fantasma della nonna Sally che l’ha cresciuto tra un uomo e l’altro e poi è morta cadendo da un cavallo che non aveva mai saputo cavalcare solo per fare la giovane a sessantantacinque anni. E cavalcano pure i presentimenti di morte, tirati dentro vista l’ariaccia che tira per due sbandati.

Ora affermare che possa fallire il sogno americano sarebbe come affermare guardando una donna pugliese morire durante la raccolta dell’uva ad Andria che è fallito il sogno rinascimentale umanistico.

Certo, Joe Buck non è una cima. Lo sa pure, non ha alcuna ironia e alcuna esperienza di cose che non siano dell’ordine reale, insomma la metafora gli sfugge. Fa un po’ il Pelosi – alla tara di ipotesi complottiste – nel crimine che permette ai due di guadagnarsi il diritto di partire verso la Florida, con una vittima borghese cartaro portatore di slanci ritardati futuristi alla città che da un pezzo è già salita

Ascolta! Ascolta! Lo senti? Il tempo è un gigante, un gigante che marcia per Broadway! Lo senti, che arriva? […] E tu e io – stava dicendo Locke – contribuiamo a formarlo. Già! Non è eccitante? Ma pensa, il tuo cuore che fa tum-te-tum-te-tum, e il proiettore di quel cinema clic-clic-clic, e ognuna di quelle automobili gggrrroooooooommmmmmm, e oh, basta che ci pensi per sentirmene schiacciato. Vuoi bere?

L’opera slitta verso lo squallore ripiegato dei Settanta – il film di Schlesinger è poi del ’69 – nonostante appartenga pienamente ai Sessanta degli acidi e del radical-chic alla continua ricerca di fenomeni.

Piuttosto crudo e di conseguenza piuttosto censurato e di nuovo di conseguenza piuttosto pieno di tenerezza (il finale forse è effettaccio troppo melodrammatico), il libro si distingue già all’epigrafe: poche opere citano sé stesse, ribadendo che

Non c’è Beatitudine per i solitari. Il Libro non dice che siano beatificati.

Ricordatelo bene.

Pubblicato in come scrivere una recensione, james leo herlihy, letteratura americana, tom wolfe | Contrassegnato , , | Lascia un commento

MURAKAMI HARUKI: L’ARTE DI CORRERE E LA FACCIA TOSTA DI SCRIVERE UNA RECENSIONE

COME SCRIVERE UNA RECENSIONE

Perfettamente a suo agio per esempio con Stupidi giocattoli di legno di Flavio Pintarelli, ecco che ruotenelvento (pettorale n. 55) cerca di recuperare terreno ed essere in grado di scrivere una recensione anche sulla corsa. Come ha insegnato il new journalism, si può scrivere solo stando dentro la cosa e nel caso di una recensione di un’opera letteraria starci dentro è uno sforzo al quadrato perché significa stare dentro alla scrittura ma anche al suo oggetto.

Un ex collega con aspirazioni intellettuali elevate – riempiva il tascapane di foglietti con “poesie brevi” – e molto spaccapalle aveva il vizio di rovesciare definizioni. Sapevamo che era andato a vedere Tutto su mia madre di Almodovar. La mattina dopo gli chiedemmo com’era il film.

Mmh. Sì… bello… però io lo avrei intitolato Tutto su mio padre.

Il tipo mi è tornato in mente leggendo L’arte di correre. Dal momento che – nonostante l’insopportabile numero di scrittori/pro capite – ci siano più fanatici del jogging che della creazione narrativa è giusto così, ognuno percepisce la realtà per la categoria che riconosce: come dicono, se sei una chiave del 13 ogni cosa ti sembrerà un dado del 13: quindi chi scrive potrebbe legittimamente intitolarlo L’arte di scrivere perché accanto all’attività di svago si descrive anche la più celebrata attività produttiva.

POTREBBE UN EVENTUALE RECENSORE CHE VA IN SKATE ESSERE NEGATIVAMENTE INFLUENZATO DA UNO SCRITTORE CHE PARLA MALE DELLO SKATE?

Quando la recensione potrebbe scriverla uno skater un’affermazione come

C’è (…) chi si diverte ad andare sullo skateboard (cosa ci sia di divertente in quel terrificante arnese, a essere sincero non l’ho mai capito).

può influenzare il giudizio complessivo? Certo.

Chi pratica sport si riconoscerà in molti passaggi descritti da Murakami, per quanto magari non sarà arrivato ai livelli dell’artista giapponese. Che nonostante la modestia è sempre un atleta che ha portato al termine una 100 km. È proprio nella descrizione di questa gara che troviamo le pagine più interessanti con addirittura tracce di ironia biomarxista (il comitato rivoluzionario dei muscoli).

L’opera è tuttavia ricca di banalità, come ci si aspetta da qualsiasi libro motivazionale:

Spingere il proprio corpo fino al limite estremo è importante, ma se lo si oltrepassa, si finisce col perdere in un colpo tutto quanto. (p. 75)
o
Non sono una persona. Sono una pura e semplice macchina. E visto che sono una macchina, non ho bisogno di sentire proprio nulla. Devo solo andare avanti. (p. 99)
o
Per assimilare veramente una cosa, nella maggior parte dei casi è necessario un dolore fisico. (p. 125)
o
Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare, almeno per un istante, la sensazione autentica di vivere. (p. 149)

E infatti nel genere motivazionale il libro è efficace. Talmente efficace che il recensore dopo la lettura ha ricominciato a programmare l’attività fisica per la soddisfazione di segnare sul calendario progressi, disciplina e amor proprio. Quindi del buono c’è e sarebbe ingiusto esprimersi negativamente solo dopo aver letto questo volume, perciò mi procurerò La ragazza dello sputnik perché dovrebbe esserci lo sputnik ma poi sento dire che che non c’è nessuno sputnik allora inutile prenderlo no? Forse meglio 1Q84 che comincio a leggere in pineta e

POTREBBE UNA RECENSIONE ESSERE INFLUENZATA DAL LUOGO DI LETTURA?

in realtà stavo tornando a casa ma accanto ad un albero c’erano dei ragazzi che duellavano con delle grosse spade medievali e allora ho pensato di fermarmi ma poi fa niente e ho ripreso a pedalare solo che duecento metri dopo nell’ombra del viale centrale ho scorto un tipo con la barba che portava uno scudo medievale e allora sono tornato indietro mentre dicevo a me stesso ma guarda un po’ che cazzo succede nella pineta dietro casa mia quando non ammazzano marchettari o clienti parrucchieri e mi sono seduto su una panchina libera proprio di fronte a questi tre ragazzi e una ragazza che però non le piaceva molto il ruolo di regina finché non le hanno assegnato quello di imperatrice e lei ha detto che ora si sentiva molto meglio intanto gli altri continuavano a darsi delle gran spadate di solito con un colpo prevedibile dall’alto al basso ma poi roteando l’elsa nella mano tiravano fuori qualcosa come un fendente più insidioso e io andavo avanti a leggere che pisello verde scendeva una scala d’emergenza sulla tangenziale di Tōkiō e che le cose sono diverse da come appaiono

e

Pubblicato in come scrivere una recensione, letteratura giapponese, murakami haruki | Contrassegnato | Lascia un commento

Il ‘mio’ GADDA: padri, madri, zie – e una E. – CARLO EMILIO GADDA E ARNALDO LIBERATI

IL MIO GADDA RECENSIONE 01

Una espressione pressoché immutabile (soprattutto in giovane età, con baffetti: in auto con Ambrogio Gobbi (1); con il fratello e altri ufficiali, voltato da tutt’altra parte, buffissimo; la testa affiorante dalla trincea) non ci consente di gettare gran luce sul pensiero che si muove dietro le pose di Carlo Emilio Gadda. Se ci è stata lasciata una minima libertà di manovra, questa potrebbe timidamente consentirci di interpretare un’immagine del 1970 scattata su un balcone di una Roma che allora era ancora tutta campagna. Gadda, il bambino che è accanto a lui sembra quasi che lo introduca, con una spinta delicata del corpo ingombrante, a chi tiene alle sue cose, e lo presenti proprio, esattamente, come suo erede.

Il libro è frutto di un lavoro faticoso, ma non solo per le ore di ricerche – insieme a Raffaella – strappate ad un lavoro “normale” o per il dettagliato catalogo della più vasta porzione della biblioteca gaddiana. L’interesse di Arnaldo Liberati – oggi custode di tutti i documenti e gli oggetti lasciati dallo scrittore a sua zia Giuseppina, domestica e tuttofare dal 1961 alla morte nel ’73 – per Gadda è deflagrato solo negli ultimi cinque (5) anni: per cui aveva da rimettersi a pari con un materiale (solo la corrispondenza riguarda 5700 pezzi) ed un sottofondo che schiaccia anche chi il narratore lombardo lo studia, e per professione, da sempre. Ma è faticoso soprattutto perché come tutte le trasmissioni ereditarie reali o capitate, pone bruscamente il problema del rapporto di sé con gli ascendenti diretti o accidentali. In questo caso è il padre di Liberati ad assumere un ruolo centrale, con un lavoro di scavarsi addosso che non tutti avrebbero avuto il coraggio di fare.

IL MIO GADDA RECENSIONE 2

Il Gadda che questo volume mette più a nudo è però l’altro, Enrico. Nella premessa di Emilio Manzotti il fratello minore di Carlo Emilio merita una breve analisi del testo per una lettera – quella del 12 settembre 1916, si trovava a Cascina Costa per la fase iniziale dell’addestramento in aviazione – che è un capolavoro ricco di invenzioni e di riferimenti. Le capacità di Enrico sono diffuse e onnipresenti, tanto da farci sperare che venga presto pubblicata un’analisi che ficchi il naso anche al di fuori dai confini della corrispondenza. Impossibilitato ad allungare le zampe nel “tetraedro di tela”, Enrico procede sullo stesso binario di tutta quella geometrizzazione della realtà che sarà uno dei tratti distintivi di tutta la narrativa gaddiana.

Inesauribile fonte di metafore, la geometria risponde in Gadda (per una contraddizione che è solo apparente) a un’esigenza di naturalistica esattezza: essa serve a esprimere, in parole e immagini, il fondamentale ‘parallelepipedismo del mondo reale’ .(2)

A parte le sorprese che potranno ancora scaturire da una scrittura interrotta a soli 21 anni dall’incidente di San Pietro in Gu, Enrico conferma tutta la sua esuberanza e la cinica spregiudicatezza del vero combattente, con forti tracce di arditismo marinettiano. La corrispondenza pubblicata qui per la prima volta ripropone inoltre quella varietà di registri in base alla presunta sensibilità assegnata dal mittente al destinatario comune ad entrambi i fratelli, con quel gioco di esagerazione dell’inezia o di riduzione della tragedia che fa scrivere a Carlo Emilio prigioniero a Rastatt queste rassicuranti parole per la madre

Nessun pericolo mi minaccia; solo qualche passeggero disagio.(3)

Che nel Giornale, due giorni prima, chiamalo passeggero disagio…

Vita durissima, squallida, senza rimedio e senza speranze.(4)

Un volume che rappresenta ancora un passo verso la comprensione – probabilmente ancora lontana – dell’universo gaddiano, con foto inedite relative soprattutto alla Grande Guerra e il colpo di teatro – sempre cherchez la femme – della E. che l’autore ha trovato come destinataria della prolungata generosità di quello che per lui è stato il “quinto nonno”.

(1) Questa fotografia si trova in Carte recuperate dal Fondo Carlo Emilio Gadda, a cura di Paola Italia, Settegiorni Editore, Pistoia 2003; quelle citate successivamente sono nel volume di Liberati.

(2) G. C. Roscioni, La disarmonia prestabilita, Einaudi, Torino, 1968, p. 16.

(3) Il ‘mio’ Gadda, p. 110.

(4) Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Garzanti, Milano 2012, p. 246.

ARNALDO LIBERATIIl ‘mio’ GADDA: padri, madri, zie – e una E. – Edizioni Stimmgraf, Verona 2014

ENRICO AZZINI per ruotenelventonetwork

Pubblicato in arnaldo liberati, carlo emilio gadda, futurismo | Contrassegnato , | 1 commento